21 marzo 2018, La Stampa,

Non è semplice raggiungere Birobidzhan, la capitale del remoto “Yevreyskaya Avtonomnaya Oblast”, il Territorio Autonomo degli Ebrei.

Quando venne fondata da Stalin nel 1932 gli oltre 50.000 ebrei che vi emigrarono  percorsero migliaia di chilometri per raggiungere il remoto avamposto siberiano di Birobidzhan, fra paludi ghiacciate, permafrost e terra dura.

Siamo alla confluenza dei fiumi Bira e Bidzan, entrambi tributari del grande Amur che con il Trattato di Nercinsk del 1689, diventò il confine fra le aree di influenza russe e cinesi nell’estremo oriente siberiano a nord della Manciuria.

Oggi il Territorio Autonomo degli Ebrei è uno degli 83  soggetti giuridici costituenti la Federazione Russa.

Raggiungiamo Birobidzhan, la “Sion Rossa”, percorrendo con la Transiberiana 8.320km dalla Stazione Yaroslavskaya di Mosca. 

La stazione ferroviaria di Birobidzhan già racconta il luogo: un edificio in mattoni rossi, con il nome della città in caratteri cirillici ed ebraici, in russo ed in yiddish. 

Anche tutte le insegne stradali sono bilingue e appena scesi dal treno ci accoglie una grande menorah in cima ad un obelisco, accanto ad una scultura in bronzo con l’eroe popolare ebraico inventato da Sholem Aleichem: Tewje il lattivendolo, qui diventato l’icona dei primi pionieri.

Poco distante fra la immancabile Ulitsa Lenina  eta Ulitsa Sholem Aleichem ecco la Sinagoga piu grande della città, ornata con una grande stella di David intagliata nel legno. 

Qui incontriamo il giovane rabbino Eli Riss che guida la comunità ebraica di circa 3.000 membri, oggi soltanto lo 0,5% della popolazione dell’intera regione.

“Mio padre venne qui negli anni ’50 e appena potè emigro con tutta la famiglia in Israele. Dopo alcuni anni però la Comunità di qui desiderava un rabbino giovane ed energico che avesse voglia di rivitalizzare la cultura ebraica in questa remota regione. Ed eccomi qua.”

Il rabbino ci guida nel piccolo Museo che racconta la sorprendente storia del Birobidzhan, e nel Centro Culturale Ebraico, l’Obshina Frejd (pace in yiddish).

Alla radio locale si ascolta un programma radiofonico in yiddish e viene ancora pubblicato il settimanale  Birobidjaner Sthern. 

Accanto alla Sinagoga c’è un piccolo ma animato cantiere edile: “Stiamo ampliando il Centro Culturale ed entro pochi mesi inaugureremo una nuova caffetteria e un ristorante kasher: quando tornerai qui -dice soddisfatto- potrai assaggiare il “Gefilte fish”, la carpa farcita, piatto fondamentale della tradizione yiddish”.

Ma la sonnolenta cittadina di Birobidzhan sperduta fra la Manciuria cinese e la Siberia russa è anche l’esito tormentato della contrapposizione fra due correnti di pensiero ebraico che si sono duramente confrontate all’inizio del secolo scorso: il Bund (la Lega generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Russia, Polonia) e il movimento sionista fondato da Theodor Herzl.

Sullo sfondo, la tormentata storia degli ebrei di Russia: cinque milioni all’inizio del secolo scorso, confinati in “zone di residenza” nelle aree più povere della Russia, banditi dall’amministrazione pubblica, sempre in fuga dai continui pogrom.

Solo fra il 1881 e il 1914 ben due milioni di ebrei russi emigrarono negli Stati Uniti e 60 mila in Palestina.

La rivoluzione bolscevica rappresentò per molti di loro un occasione di riscatto e di emancipazione e nel 1917 gli ebrei aderirono in massa alla Rivoluzione. Sono gli anni di Sergej Ejzenstein regista de “La Corazzata Potiomkin; Vasilij Grossman prima che scrittore, corrispondente di Stella Rossa (il quotidiano dell’Armata Rossa); Boris Pasternak; Marc Chagall; Ossip Mandel’stam…

Ma furono anche anni di duro scontro politico fra il “bundismo” e il sionismo.

I comunisti ebrei del Bund erano decisamente anti-sionisti con l’obiettivo di edificare una “nazione ebraica senza Stato”; i sionisti per la nascita di uno Stato ebraico in Palestina, con una sua capitale naturale: Gerusalemme.

In questo scontro fra visioni antagoniste, l’allora presidente del Soviet supremo Michail Kalinin propose a Stalin di creare una regione autonoma  per gli ebrei: una “Sion rossa”, un’alternativa comunista per frenare le ondate migratori degli ebrei verso Palestina e America.

Era il 1934 e mancavano solo 16 anni alla proclamazione dello Stato di Israele, e le autorità spedirono a Birobidzhan migliaia di famiglie ebree, per costruire uno stato ebraico socialista e ateo, con l’Yiddish e non l’ebraico come lingua nazionale.

Il sogno finì presto sotto le nuove purghe staliniane degli anni ’50 che colpirono interi popoli (i calmucchi e i tatari), grandi parti della dirigenza bolscevica e anche gli ebrei della remota regione siberiana. La folle politica di Stalin rese impossibile per Birobidzhan diventare il centro della vita ebraica in Unione Sovietica e gran parte degli ebrei dell’estremo oriente emigrarono in Israele.

Oggi Birobidzhan è un posto civile nel quale non c’è traccia di antisemitismo e i pochi ebrei rimasti possono rafforzare la propria comunità, studiare l’yiddish, coltivare la storia e le tradizioni ebraiche e il remoto Territorio Autonomo degli Ebrei rimane una preziosa testimonianza di una delle vicende meno note della diaspora.

Ma non c’è dubbio che ebbe ragione Theodor Herzl quando nel primo Congresso mondiale ebraico di Basilea del 1897 con il suo “Se lo volete, non sarà un sogno”, indicò la strada irreversibile che portò alla nascita dello Stato di Israele.

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