31 ottobre 2024, Linkiesta,

«Non avete perso le elezioni, i vostri voti sono stati rubati». Così la coraggiosa presidente della Georgia, Salomé Zourabichvili, in piazza a Tbilisi insieme alle decine di migliaia di manifestanti che ancora guardano all’Europa e all’occidente come un loro destino possibile, sventolando le bandiere dell’Unione Europea e della NATO e ascoltano a tutto volume, e danzando come fosse un rap, l’Inno alla Gioia di Beethoven, l’inno di quell’Europa che per troppi in occidente è considerata un fastidio iperregolatorio, o se va bene qualcosa di scontato.

Sono state molte volte a Tbilisi in questi anni e non ho mai visto tante bandiere europee e della Nato come nella splendida capitale della Georgia: Tbilisi è Europa, una parte di Europa che avevamo dimenticato, inghiottita per settant’anni dall’impero sovietico e tornata in vita e sulla scena geo-politica dopo il crollo di quel regime.

Come in una neo-lingua orwelliana, il “sogno georgiano” sta per diventare un “incubo totalitario” per quei giovani in piazza con le bandiere europee e per la loro coraggiosa presidentessa.

Gli eclatanti brogli elettorali, ampiamente documentati e certificati, rischiano di essere soltanto il primo atto di un incubo permanente che potrebbe portare nuovamente la Georgia nell’orbita di Mosca.

L’esito non è scontato e molto dipenderà dalla resistenza e dal coraggio dei georgiani, ma molto dipende anche da noi, da quell’”occidente collettivo”, come i detrattori della democrazia amano definire il mondo libero.

La reazione di Europa, Nato, America e comunità delle democrazie di fronte all’ennesima ingerenza di Mosca nel processo democratico di un paese dell’ex orbita sovietica, che cerca di emanciparsi in modo definitivo dal giogo totalitario, può determinare in modo significativo il corso degli eventi.

Ed per evitare nuovi errori è utile ripercorrere la storia recente.

La guerra in Ucraina e l’instabilità permanente di Georgia e Moldavia sono per molti versi anche un effetto di una serie di scelte errate e di sottovalutazioni dell’occidente, a cominciare dal Summit Nato di Bucarest di aprile del 2008.

Siamo alla fine del mandato di George W.Bush, l’Alleanza Atlantica era fortemente impegnata in Afghanistan e la Russia faceva ancora parte del G-8. Un altro mondo ed altre priorità. Vladimir Putin partecipa al secondo giorno del Summit inaugurando il bilaterale Nato-Russia.

Ma il confronto più acceso avviene sulla concessione a Georgia e Ucraina della Membership Action Plan (MAP):  l’apertura dei negoziati per l’adesione all’Alleanza Atlantica.

Stati Uniti, Canada, Paesi Baltici, Polonia e Repubblica Ceca non riescono però a vincere le resistenza della “vecchia Europa” a trazione franco-tedesca: Germania, Francia, Italia, Spagna , Olanda e Belgio si oppongono con decisione alle richiesta delle leadership ucraine e georgiane e il sogno dell’integrazione euro-atlantica viene rinviato a data da definirsi.

La sicurezza degli approvvigionamenti energetici e l’interscambio economico e commerciale con Mosca fanno premio sulla diffusione della democrazia e della sicurezza condivisa: l’occidente imbocca la sliding door sbagliata.

Come capita spesso però, le satrapie non interpretano la disponibilità al dialogo e  la “mano tesa” come un’opportunità per migliorare complessivamente le relazioni politiche e diplomatiche, ma come un segnale di debolezza.

Dopo soli 4 mesi, la Russia invade la Georgia usando gli stessi argomenti di Hitler ne Sudetenland: questa volta è il caso della piccola regione georgiana dell’Ossezia de Sud, popolata da una minoranza di origine iranica e legata etnicamente all’Ossezia del Nord, parte della Federazione Russa.

La guerra lampo di agosto si conclude con l’inevitabile sconfitta di Tbilisi, la decurtazione di oltre un terzo del territorio della Georgia e la nascita delle due repubbliche fantasma dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, subito riconosciute come stati sovrani da Mosca.

Vladimir Putin, allora come oggi, non si è fermato di fronte ad un occidente dialogante e responsabile, confermando il fatto che le le autocrazie diventano sempre più assertive quando percepiscono debolezza e indecisione.

Nel febbraio del 2014 un playbook simile. I giovani ucraini di EuroMaidan muoiono in piazza impugnando le bandiere dell’Europa e della Nato dopo che il pupazzo di Mosca Victor Yanukovych si rifiuta di ratificare l’accordo di associazione con l’Unione Europea.

La Rivoluzione della Dignità fa fuggire Yanukovich, avvicina l’Ucraina all’occidente ma dopo solo una settimana le forze speciali russe occupano la Crimea, arrestano i leader tatari, installano un governo fantoccio ed organizzano un referendum farsa. Poco dopo inizia la guerra in Ucraina con l’invio di truppe nelle due ulteriori repubbliche fantasma del Donetsk e di Lugansk a tutela della mitizzata minoranza russofona, che poi sfocerà nell’invasione del 2022 e nella guerra ancora in corso.

Siamo all’inizio del secondo mandato di Obama e la Russia ha bene osservato il progressivo disimpegno americano in Medio Oriente e le red-lines sull’uso delle armi chimiche da parte di Bahar al Assad in Siria, sistematicamente violate nell’assenza di un reazione occidentale.

Da lì a poco Vladimir Putin va a Berlino per incontrare Angela Merkel e stringere l’accordo per il gasdotto North Stream II e l’ex cancelliere Gerard Schroeder è solidamente alla guida, nominato da Gazprom, dello stesso Consorzio Nord Stream.

In poco tempo l’appeasment con Mosca e in generale coni regimi dittatoriali cambia il volto dell’Europa, non rende più ragionevoli i regimi stessi, anzi li legittima e li rafforza.

E non è certo “l’abbaiare della Nato alle porte delle Russia” a determinare le scelte delle autocrazie. Semmai esattamente il contrario: le autocrazie diventano sempre più assertive quando percepiscono debolezza e indecisione.

Dopo l’Ucraina, la Georgia e dopo ancora la Moldavia. Lo spazio ex-sovietico cerca disperatamente un ancoraggio europeo e atlantico e non possiamo continuare a compiere scelte lente e troppo graduali, imporre mille caveat agli aiuti militari o peggio ancora voltare lo sguardo altrove.

Vladimir Putin non si fermerà e le truppe nordcoreane, i droni iraniani e il sostegno finanziario cinese sono la drammatica conferma che l’Asse delle Autocrazie esiste, è una minaccia per il mondo libero e vuole cambiare le regole globali.

E non è sufficiente il coraggio di Volodymyr Zelensky, Maia Sandu o Salomé Zourabichvili, serve un occidente più coeso e più coraggioso: un Europa capace di decidere e di spalancare le sue porte a chi anela a farne parte; un’Alleanza Atlantica in grado di offrire sicurezza e stabilità accogliendo rapidamente i nuovi paesi dell’ex spazio sovietico in un sistema di sicurezza condiviso, un’America che auspicabilmente non si rinchiuda in un nuovo isolazionismo e non si ritiri dai propri obblighi globali.

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