23 dicembre 2025, Linkiesta,

La Cina, è stabilmente la seconda economia del pianeta, ma è ancora lontana dall’essere uno stakeholder responsabile sulla scena globale, non avendo mai contrastato seriamente la diffusione di merci contraffatte, anzi confermandosi ancora come leader indiscusso del settore.

Nonostante i controlli e le operazioni internazionali, i prodotti falsi provenienti dalla Cina continuano a dominare le statistiche dei sequestri globali, sollevando interrogativi sulla reale volontà del governo e del Partito Comunista Cinese di smantellare i network illegali ed altamente redditizi.

Nel corso dell’ultimo decennio, la diffusione dei prodotti contraffatti è cresciuta in modo significativo a livello mondiale. La Repubblica Popolare Cinese, secondo i dati OCSE e del ministero del Commercio statunitense, rappresenta stabilmente circa il 90% del valore totale delle merci contraffatte sequestrate dalle autorità doganali statunitensi nel 2024. Già nel 2014 la Cina figurava come principale fonte di “fake goods”, con sequestri superiori al miliardo di dollari. Nel 2019, la contraffazione e la pirateria rappresentavano il 3,3% del commercio globale, per un valore di centinaia di miliardi di dollari. Una traiettoria che evidenzia non solo l’ampiezza del fenomeno, ma anche la sua radicata persistenza all’interno dell’ecosistema manifatturiero cinese.

Indagini recenti in Europa mostrano come i contraffattori abbiano affinato le proprie tecniche. In Italia, nel dicembre di quest’anno, le autorità hanno sequestrato oltre 2.300 articoli di lusso contraffatti — tra borse, profumi e orologi Rolex — a un commerciante cinese che utilizzava dirette su TikTok per vendere prodotti falsi presentandoli come autentici. La sofisticazione delle repliche, complete di QR code, confezioni originali e certificati di garanzia falsificati, rende sempre più sottile il confine tra vero e falso ed il fatto che queste operazioni siano spesso riconducibili a società regolarmente registrate in Cina, talvolta controllate da aziende quotate in borsa, sottolinea la natura sistemica del fenomeno.

Le fabbriche che realizzano prodotti contraffatti hanno assunto dimensioni tali che le rendono attori economici importanti nelle aree industriali di Shenzhen, Guangzhou e Dongguan, fornendo un contributo occupazionale ed economico rilevante ed ampliamento tollerato dalle autorità locali.

La fabbrica Seagull di Tianjin, ad esempio, è diventata leader nella produzione di orologi che replicano quelli svizzeri con una precisione tale da rendere quasi impossibile la differenza. Secondo gli esperti, questi falsi sono così accurati che persino orologiai esperti faticano a identificarli senza smontarli completamente. Un livello di sofisticazione tecnologica è difficilmente raggiungibile senza un contesto normativo fortemente permissivo.

Ma la contraffazione cinese non si limita agli orologi. Abbigliamento, elettronica, farmaci e accessori di lusso fanno parte di un’industria parallela vasta e articolata. Un recente rapporto OCSE sul commercio globale di prodotti falsi evidenzia come diversi gruppi criminali in Europa (Italia inclusa), abbiano integrato merci contraffatte di origine cinese nelle proprie reti transnazionali. L’incontro tra una produzione manifatturiera tollerata dallo Stato (e dal Partito Comunista Cinese) e canali di distribuzione criminali ha dato vita a un’economia globale della contraffazione che danneggia le imprese legittime, mina la fiducia dei consumatori e compromette la reputazione dei marchi.

Il ruolo del regime di Pechino in questo contesto non può essere ignorato. Sebbene il governo cinese dichiari ufficialmente di voler tutelare la proprietà intellettuale, l’applicazione delle norme resta selettiva e discontinua. Le operazioni di contrasto appaiono spesso simboliche, concentrate su attori minori, mentre le reti più ampie rimangono intatte. Questa ambiguità suggerisce che la produzione di merci contraffatte venga tollerata finché risulta funzionale agli interessi economici del Paese. Consentire ai contraffattori di operare sotto le sembianze di imprese legittime equivale, di fatto, a legittimare il furto di proprietà intellettuale.

Inoltre, l’enfasi del Partito Comunista Cinese sulla crescita economica, con obiettivi da raggiungere ad ogni costo ha creato un terreno fertile per l’espansione della contraffazione. In più, molte amministrazioni locali, desiderose di incrementare occupazione e gettito fiscale, spesso chiudono un occhio sulle attività illegali. 

Questa complicità non solo mina le regole del commercio globale, ma rafforza l’immagine di una Cina disposta a sacrificare la tutela della proprietà intellettuale in cambio di vantaggi economici a breve termine.

Nonostante le proteste internazionali, le autorità cinesi continuano a mostrare riluttanza nello smantellare le filiere produttive nazionali che alimentano il mercato illegale

La persistenza della produzione di merci contraffatte in Cina nell’ultimo decennio rivela una realtà inquietante: la contraffazione non è il risultato di pochi e singoli attori, ma è un sistema che è cresciuto e che si è consolidato grazie ad un ampio grado di tolleranza governativa. Finché la contraffazione resterà un mercato altamente redditizio, il ruolo della Cina come principale fonte mondiale di beni falsi continuerà a rappresentare una sfida per l’integrità del commercio globale.

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