23 settembre 2018, La Stampa,

Si sono concluse ieri nella Siberia orientale al confine fra Russia, Cina e Mongolia le più grandi esercitazioni militari dai tempi della Guerra Fredda.

“Vostok 2018” (Oriente 2018) ha visto la partecipazione di 300.000 truppe, 1.000 aerei e 1900 carri armati russi e per la prima volta decine di elicotteri e 3.200 truppe dell’Esercito Popolare di Liberazione di Pechino.

Il Ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu ha enfatizzato l’evento descrivendolo come “la più grande esercitazione militare dal 1981”. A quel tempo, Unione Sovietica e alleati del Patto di Varsavia, le chiamavano “Zapad” (“Occidente”) e si svolgevano lungo il confine orientale della NATO.

Le esercitazioni militari di oggi fra Russia e Cina rappresentano una rilevante novità geopolitica che l’occidente commetterebbe un errore a sottovalutare.

Il riavvicinamento fra Russia e Cina è in corso da alcuni anni. Nel 2014 con l’annessione della Crimea e il sostengo militare agli insorti nell’Ucraina orientale, sono esponenzialmente aumentate le tensioni fra Russia e Occidente e le prolungate sanzioni hanno portato la Russia a guardare sempre più a oriente verso il gigante cinese, considerato sempre di più una sorta di “polizza assicurativa”.

Le manovre militari congiunte hanno rappresentato un chiaro segnale: Vostok 2018 è stato pensato per dimostrare al mondo la forte volontà di  riavvicinamento della Russia alla Cina, un paese che solo pochi anni fa era considerato per Mosca una possibile minaccia militare diretta.

Le esercitazioni hanno anche coinciso temporalmente con lo svolgimento del “Eastern Economic Forum” a Vladivostok, ideato dalla Russia nel 2015 per attrarre investitori stranieri nel proprio Far East e diventato negli anni un forum di dialogo politico ed economico  innanzitutto con la Cina di Xi-Jinping, sempre più partner politico per ridurre l’influenza americana nel Pacifico e fonte alternativa di investimenti e credito.

Sebbene la Cina abbia una limitata propensione ad investire in Russia e consideri “spericolata” la sua azione in Ucraina, ha sfruttato la rottura della Russia con l’Occidente per rafforzare la propria influenza nell’area.

Putin e Xi hanno anche molto altro in comune: temono le possibili influenze “democratiche” dell’occidente e proprio contro i rischi di contagio democratico hanno modellato una politica internazionale di rispetto quasi sacrale della “sovranità nazionale” contro ogni possibile ingerenza esterna.

In più, hanno entrambi sovvertito una delle regole auree della politica estera dal dopoguerra a oggi sulla intangibilità dei confini nazionali: Putin con la Crimea e Xi-Jinping con il Mar Cinese Meridionale.

L’occupazione cinese, oramai praticamente conclusa, di decine di atolli disabitati (le Isole Spratly e Paracel) a quasi 2.000km dalle coste cinesi e la loro trasformazione in basi militari permanenti dell’esercito di Pechino, rappresenta un cambio radicale degli equilibri geo-politici dell’intera area dell’Asia-Pacifico.

Oltre 3 milioni di km quadrati di mare (dieci volte l’italia) oramai completamente “sinizzato”, vanificano in modo definitivo le legittime rivendicazioni territoriali di Filippine, Vietnam e Malaysia e rappresentano anche la certificazione del fallimento del “pivot to Asia” lanciato da Barack Obama all’inizio del suo primo mandato.

La storia in Oriente si è rimessa in moto e in una direzione imprevedibile. Agli Usa ed alle democrazie asiatiche, dal subcontinente indiano al pacifico, è richiesto ora uno sforzo di fantasia inedito per far fronte alle nuove sfide.

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