28 febbraio 2022, La Repubblica,

Ogni ora che passa appare chiaro come Vladimir Putin abbia fatto male i suoi conti. Aveva in mente un blitzkrieg con il dissolvimento delle istituzioni ucraine, la rapida occupazione dell’Ucraina, un repentino cambio di regime, l’insediamento di un governo fantoccio e si è trovato solo e abbandonato anche dai Paesi amici. L’errore più grande è stato di sottostimare la forza e la coesione di un popolo libero. Quando gli emissari di Joe Biden hanno contattato pochi giorni fa il presidente Volodymyr Zelensky proponendogli un passaggio sicuro prima a Leopoli e poi in Polonia per insediare un eventuale governo in esilio, la risposta è stata netta: «La battaglia è qui, adesso. Ho bisogno di armi, non di un passaggio».
Nelle ultime 48 ore sono già oltre 100mila i giovani che hanno aderito alla difesa territoriale, impugnando le armi per difendere la democrazia e la sovranità dell’Ucraina. E se durante la pandemia le fabbriche di bevande e alcolici si sono riconvertite per produrre disinfettante, il famoso birrificio Pravda di Leopoli da ieri produce giorno e notte bottiglie molotov da distribuire ai cittadini.
«L’idea liberale è obsoleta», diceva Putin in una famosa intervista al Financial Times d’un paio di anni fa, trovando consenso fra populisti e sovranisti in Occidente e sostegno e amicizia fra le autocrazie di Cina, Iran e Turchia. Intorno al regime di Putin nacquero così una rete di alleanze geopolitiche fra Paesi dittatoriali accomunati da una coesione post-ideologica finalizzata alla propria perpetrazione, insieme a una insidiosa rete di interessi economici e commerciali, non trasparenti, con il coinvolgimento diretto di esponenti delle élite occidentali. L’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder nel Consiglio di amministrazione di Gazprom e i molti ex ambasciatori occidentali (Italia compresa) nei board di banche e imprese di Stato russe, sono stati uno strumento di influenza geo-politica molto importante per Mosca.
Ma, fra le macerie ucraine, tutto ciò sta andando in fumo. La Russia è isolata all’Onu dove soltanto Siria e Iran l’hanno sostenuta. Putin è stato poi abbandonato anche dagli alleati più vicini: i membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e della Shanghai Cooperation Organisation. Il primo è il tentativo di ricostruzione di un’organizzazione di sicurezza e di un’alleanza militare fra alcuni Paesi membri dell’ex Patto di Varsavia. Sotto la sua egida, nel gennaio del 2022 vennero inviate truppe russe, bielorusse e armene in Kazakistan per salvare il satrapo Tokayev e reprimere nel sangue la rivolta popolare. Ieri il Kazakistan, nonostante l’esplicita richiesta di Mosca, si è rifiutato di inviare truppe in Ucraina a sostegno dell’esercito russo e anche l’Armenia ha deciso di tenersi alla larga da una Russia sempre più considerata un paria a livello internazionale.
L’Oganizzazione della Cooperazione di Shanghai, il tentativo mai veramente decollato di creare una “Nato asiatica” sotto la leadership di Pechino, non è stata neanche convocata, nonostante le insistenze russe. La Cina vede con favore la crescita di instabilità in Occidente, ma è molto preoccupata della rinnovata coesione fra le due sponde dell’Atlantico e teme gli effetti secondari sulla propria economia delle durissime sanzioni occidentali. Il rifiuto, poi, di votare insieme alla Russia in Consiglio di Sicurezza è stato un ulteriore chiaro segnale.
E insieme all’isolamento internazionale fra gli alleati storici, ora Putin rischia anche in Russia dove non è stato sufficiente incarcerare tutti i dissidenti per abolire il dissenso: 2.500 arresti fra i manifestanti contro la guerra in 50 città russe; opinion leader, intellettuali, sportivi che si esprimono apertamente contro la guerra e le prime crepe anche alla Duma, dove ieri il deputato Mikhail Matveyev ha dichiarato: «La guerra va fermata subito. Ho votato per il riconoscimento del Donetsk e di Lugansk, non per l’occupazione dell’Ucraina».

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