10 marzo 2024, La Repubblica,

Dekyiling (Uttarakhand, India). Il 10 marzo del 1959 la popolazione della città di Lhasa, allora capitale del Tibet indipendente, insorse contro l’esercito occupante di Pechino per proteggere la propria guida spirituale Tenzyn Gyatzo, il XIV Dalai Lama del Tibet, dal rischio di arresto e deportazione. Il massacro durò diversi giorni e 87.000 tibetani persero la vita. La notte del 17 marzo, il Dalai Lama intraprese la strada dell’esilio, attraversando clan­destinamente l’Himalaya a cavallo, per essere accolto in India. Sono passati 65 anni e il tragico anniversario del 10 marzo è ricordato dalla diaspora tibetana in tutto il mondo per denunciare un’occupazione senza fine ed un processo forzato di assimilazione e distruzione dell’identità, storia e cultura della millenaria tradizione tibetana.

Lungo tutta la frontiera himalayana sono in corso grandi progetti infrastrutturali (a cominciare dalla ferrovia Chengdu-Lhasa), tutti accompagnati da un impressionante build-up militare nella frontiera fra Tibet e India. La Cina occupa la regione indiana dell’Aksai-Chin vicino al monte Kailash, rivendica come proprio l’intero stato indiano dell’Arunachal Pradesh, minaccia la piccola monarchia del Bhutan, e vorrebbe costruire una ferrovia fra Lhasa e Katmandu che Delhi considera una minaccia gravissima.

Ma è all’interno del Tibet che la situazione è divenuta disastrosa. Nel tentativo si asservire la storia alle proprie esigenze, Pechino ha rinominato il Tibet con il termine cinese “Xizang” e dietro la scelta semantica si cela un progetto diffuso di assimilazione della minoranza tibetana. Sono oramai oltre un milione i bambini tibetani che sono stati separati in modo forzato dalle proprie famiglie per essere indottrinati in centinaia di boarding school. Nelle scuole/carceri si impara a memoria la storiografia imposta da Pechino, e viene in ogni modo cancellata l’identità tibetana a cominciare dalla “sinizzazione” dello stesso buddismo tibetano. A ciò si aggiungono arresti di massa, continue incursioni delle forze dell’ordine all’interno dei monasteri, un sistema diffuso di sorveglianza con oltre 5 milioni di telecamere con riconoscimento facciale e anche la raccolta forzata del Dna di circa 1 milione di tibetani.  

Proseguono poi senza sosta una serie di progetti idroelettrici in grado di alterare le forniture idriche in tutta l’Asia meridionale. Fra questi, la grande diga di Derge, nella prefettura di Kardze sul fiume Yangtse, che cancellerà decine di villaggi e sei antichi monasteri. La scorsa settimana sono state arrestati a Wangbuddin oltre cento monaci tibetani che protestavano contro il progetto. 

Ma Pechino non si limita alle vicende “terrene”: il governo cinese ritiene un suo diritto interferire e decidere sul processo buddista di reincarnazione e successione del Dalai Lama. La possibilità che in futuro vi siano due Dalai Lama è oramai data per scontata in tutto il Tibet e fra la diaspora… continua la lettura su La Repubblica

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