Putin, Xi, Lukashenko

6 febbraio 2022, Huffington Post

L’alleanza delle autocrazie è oramai una realtà.

Il 2022 era iniziato con una rivolta popolare in Kazhakistan: incuranti delle temperature polari, migliaia di cittadini hanno sfidato le autorità prima nella vecchia città di Almaty e poi in tutto il paese. Le proteste contro gli aumenti esponenziali del prezzo di gas e benzina sono diventati in poche ore una rivolta a tutto campo contro le autorità e senza precedenti per il paese centro-asiatico.

Ma la voglia di democrazia e libertà è stata presto soffocata nel sangue dalle truppe di Mosca invitate dal satrapo kazhako Kassim-Jomart Tokayev con il sostengo di Lukashenko e con il placet della Cina che si è rapidamente allineata con Vladimir Putin nel denunciare le presunte, quanto inesistenti, interferenze occidentali nel promuovere una nuova serie di “rivoluzioni colorate” nell’ex impero sovietico.

L’alleanza delle autocrazia ha trovato poi vigore nel sostegno di Xi-Jinping a Vladimir Putin in occasione dell’apertura dei tristi Giochi Olimpici invernali di Pechino, quando per la prima volta la Cina si è espressa contro ogni ipotesi di allargamento della Nato verso l’Europa orientale.

Nel mentre la Russia continua ad ammassare un numero senza precedenti di uomini e mezzi militari in Bielorussia ed ai confini dell’Ucraina minacciando un’operazione militare dagli esiti imprevedibili e no passa giorno che le intelligenze occidentali non denuncino operazioni ibride, attacchi hacker, progetti di costruzione di “false flag”,come pretesto per giustificare l’invasione militare dell’Ucraina, colpevole soltanto di voler aderire all’Unione Europea ed alla Alleanza Atlantica

La Cina di Xi-Jinping, dopo avere occupato illegalmente una grande porzione del Mar Cinese Meridionale, continua ad inviare ogni giorno decine di aerei militari nello spazio aereo della piccola e democratica Taiwan, per ricordarle che la riunificazione con la madrepatria è inevitabile e sarà realizzata con ogni mezzo possibile.  L’Iran dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi è sempre più vicino a raggiungere capacità di arricchimento dell’uranio tali da poter avviare un programma nucleare militare, che rappresenterebbe una minaccia esistenziale per Israele e per i paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo.

Le autocrazie non soltanto privano milioni di cittadini delle libertà più fondamentali, ma ora provano anche a esportare il proprio modello autoritario a cominciare dalla Repubblica Popolare Cinese.

Pechino non cerca conformità ideologica, bensì punta all’espansione della propria area di influenza, ad assicurarsi risorse naturali ed energia, ad una strutturata cooperazione nel settore della sicurezza.

Nei diversi paesi africani che hanno aderito alla Nuova Via della Seta i progetti infrastrutturali e le concessioni minerarie sono state affiancate dalla condivisione di un’ampia gamma di tecniche per controllare la pubblica opinione e la società civile; per implementare la cyber-sicurezza in funzione di soppressione del dissenso; per promuovere il controllo dei media; per governare la Rete internet sul modello del Great Firewall cinese. 

Il modello dello «sviluppo senza democrazia» è divenuto attrattivo in diversi Paesi in via di sviluppo, con democrazie estremamente fragili o governati da regimi autocratici.

Se osserviamo poi le organizzazioni internazionali, il progetto dell’alleanza delle autocrazie è focalizzato sulla riscrittura di alcuni principi fondamentali sui quali sono nate le Nazioni Unite stesse. Pochi mesi fa, al Palazzo di Vetro di New York, su iniziativa di un gruppo di Paesi coordinati da Pechino, è stato formalizzato il primo embrione dell’alleanza, con la nascita del “Gruppo degli Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite”. 

Gli «amici» che vorrebbero difendere la Carta sono fra i peggiori violatori dei diritti umani del pianeta, stati falliti e regimi ai margini della comunità internazionale: Eritrea, Cuba, Venezuela, Corea del Nord, Bielorussia, Siria, Iran, Russia e Cina.

Pechino considera le democrazie un ostacolo per la propria affermazione come grande potenza e cerca pertanto di promuovere il proprio impianto ideologico per sostituire i valori universalmente riconosciuti della libertà di pensiero, di espressione e di associazione con concetti cinesi quali la «sovranità di internet», dietro al quale si cela la possibilità di limitare e controllare la libera circolazione delle informazioni nella rete da parte di un governo. 

Ma di fronte alla nuova assertività delle autocrazie, l’occidente non è poi cosi coeso e piccole e grandi crepe appaiono qui e là.

La nomina a membro del Consiglio di Amministrazione di Gazprom dell’ex premier tedesco Gerard Schroeder indebolisce l’intera Unione Europea alle prese con la doppia sfida di garantire la sicurezza energetica di cinquecento milioni di cittadini e al tempo stesso evitare un conflitto alle porte di casa.

Qui da noi le crepe sono meno serie, ma non per questo meno insidiose.

Il blog dell’elevato (sic) Beppe Grillo ospita le imbarazzanti teorie di negazione del genocidio degli uiguri dipingendo il Xinjiang come una terra felice e di grandi opportunità e contemporaneamente il presidente grillino Vito Petrocelli della Commissione Esteri del Senato audisce ufficialmente il Vice-Governatore della stessa regione che accusa l’occidente di essersi inventato un genocidio.

L’ex sottosegretario leghista all’economia Michele Geraci è oramai il portavoce  ufficiale dell’Ambasciata cinese a Roma e non passa giorno che non rilanci la propaganda di Pechino contro Usa, Europa e occidente.

Ed al di là degli inesistenti risvolti giudiziari, non c’è dubbio che sia stato ampiamente inopportuno per Matteo Renzi continuare ad essere consulente del satrapo Mohammed Bin Salman, uccisore di oppositori e giornalisti.

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