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4 gennaio 2019, La Stampa

La geopolitica si è fin qui occupata della competizione fra le potenze per il controllo degli spazi terrestri (terra, mare ed aria), ma sono maturi i tempi per un aggiornamento dei propri paradigmi fondamentali, includendo l’”Outer Space”,  lo spazio esterno, fra le proprie prerogative.

Lo Spazio è sempre più una questione politica, diplomatica e militare e il cosmo è entrato a fare parte a pieno titolo della competizione fra Stati.

L’originale partita a due fra Usa e Russia è stata sostituita dalla competizione fra una pluralità di attori pubblici e privati e la drammatica riduzione degli investimenti nello spazio è oggi solo un ricordo post Guerra Fredda .

La “space economy” tradizionale era fondata su grandi investimenti pubblici e poca competizione. La nuova economia dello spazio invece vede irrompere sulla scena nuovi operatori privati (Space X di Elon Musk; Blue Origin di Jeff Bezos) e nuove potenze che, accanto a USA e Russia, reclamano con forza il proprio posto nello spazio: Cina, India, Europa.

Era solo il 15 ottobre del 2003 quando Yang Liwei divenne il primo “taikonauta” (“tai kong” in cinese significa “spazio”) e da allora le ambizioni globali della Cina di Xi-Jimping non si sono fermate: una missione umana entro il 2029 sul lato oscuro della Luna, l’avvio di un ampio programma di reclutamento di “taikonauti” e il lancio del laboratorio Tiangong-1, come primo test per costruire poi la nuova Stazione Spaziale cinese, con l’obiettivo di inviarci astronauti non oltre il 2022. Il 7 dicembre di quest’anno è partita la missione Chang’e 4 con un lander e un rover che atterreranno nuovamente sulla Luna

L’astronauta americano Scott Kelly ha dichiarato recentemente di credere che “la Cina supererà gli Stati Uniti nel settore spaziale, se glielo permetteremo”.

Ma se la Cina è il nuovo protagonista di questa stagione spaziale, la Russia non sta a guardare: nonostante il fallimento del lancio della sonda Soyuz lo scorso 12 ottobre (con a bordo l’astronauta russo Alexey Ovchinin e l’americano Nick Hague), l’agenzia Roscosmos ha in programma per il 2019 il lancio del lander Luna-25 sul Polo Sud del nostro satellite ed una missione umana entro il 2030.

A Mosca lo spazio è sempre stato strategico e non è un caso che Yuri Gagarin sia uno dei pochi non membri dell’apparato ad essere sepolto sotto le mura del Cremlino.

Lo spazio non è solo più una questione di competizione fra Stati: la compagnia privata Space X di Elon Musk ha inaugurato una nuova stagione grazie ai razzi riusabili Falcon 9 e Falcon Heavy; alla nuova navicella Dragon, e al programma BFR per inviare umani sulla Luna e su Marte.

La Nasa con la capsula Orion e con il programma per la nuova piattaforma in orbita lunare “Gateway”, ha tracciato la strada per un ritorno sulla Luna e “questa volta per rimanerci”, come ama dire spesso Jim Bridenstine, il nuovo amministratore dell’Agenzia.

Il Presidente Trump un anno fa ha firmato la nuova “Space Policy Directive” per inviare astronauti su Luna e Marte e il 18 giugno scorso ne ha firmata una seconda per realizzare una “Space Force”, sesto ramo delle Forze Armate.

A breve una pluralità di soggetti pubblici e privati torneranno sulla Luna motivati dalle scoperte dell’Agenzia Spaziale Indiana che, grazie alla missione Chandrayaan-1, scoprì grandi giacimenti di ghiaccio sulla Luna ed ora è pronta ad una seconda missione per esplorare le potenzialità minerarie del nostro satellite.

Uno spazio sempre più affollato costringe però la comunità internazionale a non procrastinare il tema della “Space Governance”. 

E gli strumenti fin qui esistenti non sembrano adeguati.

L’“Outer Space Treaty” del 1967 è stato ratificato da 107 paesi delle Nazioni Unite, mentre il “Moon Treaty” è entrato in vigore nel 1984, ma è stato ratificato solo da 18, fra cui nessuna “potenza spaziale”.

Entrambi i trattati considerano lo spazio un “bene comune”, escludono ogni tipo di attività militare, vietano attività estrattive da parte di privati e di singoli paesi e non sono più adeguati alla nuova realtà geopolitica.

La comunità internazionale farebbe bene ad affrontare con largo anticipo i problemi politici e giuridici che la futura “colonizzazione” dello spazio porrà.

La presenza dei privati nello spazio è già una realtà e sarebbe sbagliato escludere ogni forma di valorizzazione economica delle risorse minerarie lunari e degli altri pianeti. Anche l’uso militare dello spazio è in corso da tempo e la protezione dei satelliti vitali per le telecomunicazioni è solo una delle attività.

Temi come la protezione legale degli investimenti pubblici e privati, il diritti di proprietà sui terreni lunari; la tutela della proprietà intellettuale delle scoperte scientifiche che verranno realizzate nei laboratori pubblici e privati, dovrebbero indurre la comunità internazionale a superare la rigidità del concetto di spazio come “bene comune”, per concordare un modello di espansione della presenza umana nello spazio.

L’inazione in questo settore potrebbe portare al riproporsi di modelli arcaici, sostanzialmente fondati sull’uso della forza per occupare territorio e garantire risorse: poco di più che una versione aggiornata della conquista del West americano o del Far East siberiano.

A questi modelli, se ne possono proporre altri, più evoluti e più “concertati” a livello internazionale.

Uno possibile è, per esempio, quello delle Isole Svalbard, arcipelago a nord della Norvegia, nelle quali, ogni nazione firmataria del Trattato che le regola, può localizzare basi scientifiche ma anche attività minerarie di estrazione. Oggi convivono cittadine minerarie russe (Barentsburg); stazioni scientifici di 18 paesi (fra cui il CNR italiano a Ny-Ålesund); città e attività economiche norvegesi (Longyearbyen).

Il primo ad intuire l’urgenza di evolvere i trattati spaziali fu Barack Obama che nel 2015 firmò il “Commercial Space Launch Competitiveness Act” che permise alle compagnie americane di possedere e vendere risorse spaziali (incluse acqua e minerali), scelta criticata da molti europei perché ritenuta in netto contrasto con le disposizioni delle Nazioni Unite.

La competizione fra gli stati e la concorrenza fra i privati si sta proiettando oltre i confini della nostra atmosfera, verso la Luna e, fra non molto, Marte. 

E’ una grande sfida, ma occorre ancora uno sforzo di fantasia e di innovazione per creare una nuova “governance” in grado di produrre vantaggi per tutti.

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