22 luglio 2018, La Stampa,

Agli inizi del secolo scorso tutte le potenze europee si resero protagoniste di diversi progetti infrastrutturali con l’obiettivo di consolidare la propria presenza geo-politica e geo-economica in Medio Oriente ed in Asia. 

La Germania con il progetto della ferrovia Berlino-Baghdad, realizzato in fasi alterne fra il 1903  il 1940, aveva come obiettivo di garantire all’Impero tedesco uno sbocco sul Golfo Persico.

La Francia con la “Compagine Internationale des Wagons-Lits” collegava dal 1883 quasi tutti i giorni la Gare del’Est con Costantinopoli e nel 1919, grazie al completamento del Tunnel del Sempione, venne inaugurato il “Simplon Orient Express”, via Losanna, Milano, Venezia e Trieste.

Le reti e i servizi ferroviari erano naturalmente qualcosa di più di un semplice ed efficace collegamento, ma rappresentavano una forte “proiezione” delle potenze occidentali verso i paesi ed i nuovi mercati di Medio Oriente e Asia.

Le nuove reti aumentarono esponenzialmente i flussi di merci e passeggeri, gli scambi commerciali, consolidando ed espandendo la proiezione geo-politica dell’occidente.

Oggi assistiamo invece ad un fenomeno esattamente inverso, non solo da un punto di vista geografico.

E’ di pochi giorni fa la notizia che le Ferrovie dell’Azerbaijan hanno completato l’acquisto di 64 nuove motrici e carrozze dal gruppo svizzero Stadler-Alstom, che renderanno possibile un nuovo servizio passeggeri settimanale fra Baku, la capitale azera sul mar Caspio, Tbilisi, Istanbul, Alexandopolis e Vienna.

Tutte vetture sono in grado di variare automaticamente il proprio “scartamento”, rendendo cosi possibile unire le reti ferroviarie europee con quelle di Cina ed ex Urss.

Le implicazioni geo-politiche sono però ben più rilevanti.

Il nuovo “Orient Express” che sta per nascere, questa volta partirà da Oriente per giungere fino nel cuore della vecchia Europa.

Lo scorso ottobre i presidenti di Azerbaijan, Georgia e Turchia hanno tagliato il nastro del primo tratto che partirà dal nuovo Porto di Baku/Alat sul Mar Caspio, che è già oggi uno degli “hub” strategici della Nuova Via della Seta, il grande progetto infrastrutturale della “Belt and Road Initiative” di ispirazione cinese.

La Nuova Via della Seta rappresenta dunque molto di più di un grande progetto infrastrutturale: è innanzitutto una sfida economica ed anche politica all’Occidente.

Il progetto di integrazione delle economie euro-asiatiche è sicuramente una grande opportunità per le imprese e per il sistema economico del vecchio continente, ma non può essere guidato prevalentemente dalla Cina, un paese che ha chiuso al suo interno a ogni possibilità di sviluppo democratico e attribuito a Xi-Jinping, con la riforma della Costituzione, poteri senza precedenti.

Europa e democrazie liberali devono però accettare la sfida.

E la migliore risposta al nuovo protagonismo cinese non è certo quella “sovranista”: non servono muri, barriere, dazi e maggior protezionismo, serve un’Europa ancora più forte ed integrata, che abbia anche il coraggio di promuovere un’azione di soft-power in grado di affiancare alla sempre maggiore integrazione delle economie euro-asiatiche, la diffusione di democrazia, libertà e diritti.

L’alternativa non è attraente:“Un occidente diviso e indebolito -ha osservato ieri Henry Kissinger sul Financial Times- trasformerà l’Europa in un’appendice dell’Eurasia, alla mercé della Cina”.

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