15 maggio 2018, La Stampa,

Il 14 maggio di settant’anni anni fa nasceva lo stato democratico di Israele: David Ben Gurion lesse la Dichiarazione di Indipendenza il giorno in cui si esauriva il Mandato Britannico ed in seguito alla Risoluzione n.181 delle Nazioni Unite che prevedeva la costituzione di due stati indipendenti (Israele e Palestina).

Da allora, ogni anno in Israele si celebra Yom Haatzamaut (il giorno dell’indipendenza), giornata da un fortissimo valore simbolico per il mondo ebraico e non a caso scelta dall’Amministrazione Usa per inaugurare la propria nuova ambasciata nella capitale di Israele: Gerusalemme.

Il 15 maggio, ventiquattr’ore dopo, i palestinesi festeggiano invece Yaoum al-Nabka, (il giorno della catastrofe), per ricordare la sconfitta degli eserciti arabi  contro gli israeliani nel conflitto del 1948-1949, con l’esodo di 700.000 palestinesi verso i paesi confinanti. 

Sono due narrazioni contrastanti: la nascita di uno stato democratico in Medio Orente, e la sconfitta in una guerra sbagliata, frutto del rifiuto da parte rilevante del mondo arabo del Piano di Partizione che avrebbe permesso la nascita di uno stato palestinese accanto ad Israele.

Tutto nasce dal quel rifiuto che da allora ha sempre avuto una doppia valenza: rifiutare lo Stato di Palestina proposto dalla Nazioni Unite, non tanto perché di dimensione minori di quanto atteso, ma perché confinante con lo Stato degli Ebrei che non aveva e non ha alcun diritto di esistere né a Gerusalemme, ma neanche a Tel Aviv, Haifa, Be’er Sheva, come ha ieri ricordato, da qualche grotta in Pakistan, 

Ayman al-Zawahiri, leader di ciò che resta di Al-Qaeda.

Quindi la “catastrofe” per la narrativa islamista non è la sconfitta, l’esodo dei palestinesi, bensì la nascita di Israele in quanto tale.

Ma la radicalizzazione dello scontro a Gaza, con migliaia di civili spinti da Hamas e dalle Brigate Ezzedim al Qassam contro la barriera difensiva, con 61 morti e migliaia di feriti nello scontro con l’esercito israeliano chiamato a difendere il proprio territorio, sono il segno di una doppia sfida lanciata da Hamas: contro Israele, ma anche contro Abu Mazen e l’Autorità palestinese per conquistare la leadership di tutto il mondo palestinese.

E in questo disegno Hamas è sostenuta innanzitutto dal’Iran.

Fino all’inizio della guerra civile siriana, il quartier generale di Hamas era a Damasco. E nella capitale siriana si è consolidato l’asse Iran-Hezbollah-Hamas, con la regia attenta del generale Qassem Soleimani, capo della Brigata “Gerusalemme”, l’unità delle Guardie Rivoluzionarie che ha il compito di armare e finanziare il network  degli amici e alleati dell’Iran.

Nonostante il trasloco del quartier generale di Hamas in Qatar, il filo con l’Iran non si è mai spezzato e, a dicembre del 2017, il generale Soleimani ha promosso diversi incontri con il leader di Hamas e della Jihad islamica di Gaza, offrendo sostegno finanziario e militare per alzare lo scontro contro Israele e soprattutto per aumentare l’attività di reclutamento nella Cisgiordania ancora controllata dal “debole” Abu Mazen.

Dopo avere tentato invano un accordo con Fatah, oggi Hamas sta tentando un vero e proprio di “colpo di stato” contro l’autorità palestinese a Ramallah per aprire un secondo fronte militare contro Israele con il sostegno iraniano.

E in questo contesto si è inserita ieri anche la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, unico paese che ha richiamato i propri ambasciatori da USA e Israele in seguito allo spostamento dell’Ambasciata ed agli scontri di Gaza e che non ha mai interrotto il proprio sostegno politico e finanziario ne confronti del gruppo terroristico di Hamas.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.