10 settembre,

La storia sia rimessa a camminare molto in fretta e in sole due settimane il Summit del G-20 a Nuova Delhi ha rapidamente mutato la narrazione geopolitica. Se a Johannesburg il vertice dei BRICS sembrava avere inaugurato l’era del cosiddetto multi-allineamento, grazie al quale il sud del mondo a guida cinese costruiva un’alternativa radicale a Washington e Bruxelles, a Delhi è nata una solida convergenza fra Occidente e Sud Globale, con l’India di Modi come ponte fra i due mondi.

Le assenze al vertice dei leader delle autocrazie di Russia e Cina sono state un elemento cruciale del vertice stesso. E se nel caso di Vladimir Putin, oramai un paria della comunità internazionale, era scontata l’assenza al summit, altrettanto non si può dire per Xi-Jinping, che non ha mai mancato un Summit del G-20 nel suo lungo decennale da leader della Repubblica Popolare Cinese. E i motivi di tale scelta sono plurimi: l’insofferenza per la crescente leadership dell’India nell’area dell’indo-pacifico e per il suo posizionamento geo-politico sempre più alternativo a Pechino; problemi interni a cominciare dal “summit estivo/conclave” di Behidaie, nel quale Xi è stato duramente criticato dai “vecchi” del partito per i fallimenti economici e il crescente isolamento internazionale; una postura sempre più aggressiva nei confronti dell’India a cominciare dalla pubblicazione della mappa ufficiale della Cina di pochi giorni fa, con la quale Pechino rivendicava l’intero stato indiano dell’Arunachal Pradesh.

Il vertice è stato debole sull’Ucraina, anche se il richiamo al “rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale” di Kiev sono stati un messaggio chiaro e non interpretabile nei confronti di Mosca.

Ma il Summit di Delhi verrà soprattutto ricordato per il lancio di IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor) che come ha dichiarato il presidente Joe Biden, rappresentare un vero e proprio “game change” delle relazioni fra Europa e Asia.

L’accordo è la vera alternativa al progetto autoritario della Via della Seta di Pechino con la creazione di un collegamento nave-treno-nave fra l’India, i paesi del Golfo, Israele, il Mediterraneo e l’Europa.

Nato in sordina un paio di anni fa come uno spin-off degli Accordi di Abramo con la nascita di un mini-QUAD fra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e USA, il progetto prevede la realizzazione di una ferrovia di alta velocità/alta capacità fra Haifa e Dubai in grado di superare le tre strozzature geopolitiche che hanno storicamente condizionato i rapporti fra il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico: il canale di Suez e gli stretti di Hormuz e Bab el Mandab. La nuova rete non sarà solo ferroviaria ma su questo nuovo asse verrà realizzata anche una connettività energetica (gasdotti e idrogeno) ed una connessione digitale rappresentanti una grande opportunità di integrazione delle economie europee del Medio Oriente e dell’Indo-Pacifico, distante e libera dai condizionamenti geo-politici delle autocrazie di Cina, Pakistan e Iran. L’adesione di Italia, Francia e Germania nel gruppo promotore è un successo della diplomazia italiana ed europea.

Sul fronte delle energie pulite va registrato anche il lancio della Global Biofuel Alliance (GBA) promossa da India, Emirati, Argentina, Brasile, USA, Bangladesh con l’Italia unico paese europeo nel gruppo promotore. Con la GBA, l’India di Modi fa una ulteriore passo nel candidarsi a leader delle energie pulite, dopo il lancio della International Solar Alliance di qualche anno fa.

Il vertice di Delhi del G-20 ha confermato il ruolo dell’India, o di Bharat come a breve dovremo abituarci a chiamarla, come un ponte fra Occidente e Sud Globale, un pilastro sul quale, in particolare l’Europa, potrà poggiare le proprie strategie di lungo periodo in quel processo inevitabile di una crescente integrazione geo-politica e geo-economica fra l’Atlantico, il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico.

L’adesione, poi, dell’Unione Africana al G-20, un indubbio successo della diplomazia indiana, è la conferma di come Europa e Usa possano trovare in Nuova Delhi il partner ideale per costruire una nuova stagione di cooperazione allo sviluppo in Africa in grado di essere una credibile alternativa alla Via della Seta di Pechino. 

L’Italia esce rafforzata dal Summit del G-20, con la comunicazione del Primo Ministro Meloni al premier cinese Li Qiang di uscita dalla Via della Seta (prima dell’imbarazzante cerimonia del suo decennale), sanando così definitivamente il vulnus creato dal primo Governo Conte, che ci aveva allontanato dai nostri storici ancoraggi geopolitici, ma soprattutto con il protagonismo nelle due iniziative strategiche annunciate a  Nuova Delhi: il nuovo corridoio economico India-Medio Oriente-Europa e l’alleanza sui bio-carburanti.

Il mondo multi-allineato non è necessariamente anti-occidentale e neppure nelle braccia di Pechino, e questa è una buona notizia.

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