1 ottobre 2024, La Repubblica,
Quasi cinquant’anni fa il giovane Joe Biden, appena eletto al Senato, si recò per la prima volta a Gerusalemme per incontrare Golda Meir, pochi mesi prima della guerra dello Yom Kippur, la quale informò Biden delle numerose minacce che incombevano su Israele, mostrandogli una serie di mappe. Vedendo il giovane senatore piuttosto in apprensione gli disse: “non sia così preoccupato. Noi israeliani abbiamo un’arma segreta: non abbiamo nessun altro posto dove andare”.
Il successo di Israele di questi giorni contro l’organizzazione terroristica di Hezbollah lo si può capire riascoltando quelle poche battute dell’anziana leader laburista dello stato ebraico: Israele ha il diritto/dovere di difendersi e di poter vivere in sicurezza. Ed è una sfida esistenziale.
Ora, la profonda sconfitta militare e politica inferta ad Hezbollah dallo stato di Israele rende possibile pensare ad un Medio Oriente molto differente da quello che abbiamo conosciuto in questi anni.
L’attacco ibrido ai quadri dell’organizzazione con la manomissione degli strumenti personali di comunicazione, gli attacchi mirati nel sud del Libano, l’eliminazione dell’intera catena di comando dell’organizzazione terroristica a partire dal suo fondatore e leader indiscusso Hassan Nasrallah, ha permesso di cancellare in soli dieci giorni quella che veniva universalmente ritenuta la più temibile e potente organizzazione del terrore in tutto il Medio Oriente.
Israele in pochi giorni non ha soltanto cancellato una temibile organizzazione terroristica, ma ha azzerato un’intera dottrina politica, diplomatica e militare progettata a Teheran, radicatasi in Libano e diffusa in tutto il Medio Oriente, da Gaza, a Siria, Yemen e Iraq.
L’onda tellurica che si è dipanata dal quartiere di Dahieh a Beirut potrebbe però giungere fino a Teheran e far nascere un Medio Oriente difficilmente pensabile anche solo fino a poche settimane fa. E i festeggiamenti per la fine di Hezbollah in molte città del Golfo, nelle aree curde, nelle enclave della Siria che resistono, nelle città europee abitate dai molti esuli iraniani, sono un primo indizio di un cambiamento possibile… continua a leggere su La Repubblica