8 giugno 2024, Linkiesta,

L’occidente ha oggi una grande opportunità non ancora pienamente compresa: rivolgere il suo sguardo a Oriente per ritrovare se stesso.

Sulle ceneri dell’impero britannico non è soltanto nato uno dei paesi più popolosi del mondo ed una grande potenza economica, è nata anche una grande democrazia, che ha in questi giorni concluso il suo eccezionale processo elettorale: l’India.

Archiviata definitivamente la stagione del  “Non allineamento”, il paese si è definitivamente trasformato in un caso di successo della globalizzazione e la dimostrazione concreta che sviluppo e democrazia possano convivere e che il modello cinese (mercato senza democrazia e capitalismo guidato), ancora attrattivo in diverse aree del sud del pianeta, non è una scelta né scontata, né migliore.

All’ingresso della Lok Sabha, la camera bassa del parlamento indiano, è scolpita nella pietra una frase delle Upanishad: “Il mondo è una sola famiglia”. E dunque ecco qui la ricetta indiana:  più globalizzazione, più interdipendenza, più mercato e società aperte, più democrazia.

Narendra Modi, durante i suoi otto anni di presidenza ha messo in soffitta definitivamente l’anacronistico posizionamento “non-allineato” ed ha lavorato per ampliare l’influenza indiana nell’Asia del Sud e del Sud-Est ed ha contemporaneamente rafforzato l’alleanza con Usa, Europa ed occidente.

L’aggressione della Russia in Ucraina, una Cina sempre più assertiva nel proporre il suo modello si sviluppò autoritario, la crescente destabilizzazione in tutto il medio oriente da parte dell’Iran e dei suoi proxies, rende ancora più necessario per l’intero occidente ricercare un possibile nuovo pilastro, su cui poggiare le proprie strategie di lungo periodo: rivolgere lo sguardo all’India è dunque una scelta saggia ed anche conveniente.

Conviene all’Europa e all’Occidente. Non c’è oggi alcun dossier nel quale non siano evidenti i vantaggi di un’alleanza globale con l’India: sicurezza internazionale; contenimento della politica autoritaria ed espansiva di Pechino; de-coupling  e de-risking dalla Cina e costruzione di nuove catene di approvvigionamento stabili e sicure (una “democratic supply chain”); ulteriore integrazione fra le rispettive economie; globalizzazione dei diritti; tutela delle democrazie dell’Indo-Pacifico; nuove politiche nei confronti del Sud Globale. L’India può dunque rappresentare un nuovo e solido pilastro sul quale l’occidente può poggiare le proprie strategie di lungo periodo in una crescente integrazione fra la sfera transatlantica e quella dell’indo-pacifico.

In più, l’India può essere il partner ideale per costruire una nuova stagione di cooperazione congiunta euro-indiana in Africa e in generale nel sud globale, in grado di essere una forte e credibile alternativa all’opacità dei progetti della Nuova Via della Seta, fondati su pratiche finanziarie al di fuori degli standard internazionali.

L’India con un PIL di 3,57 trilioni di dollari nel 2023 è già oggi la quinta economia del pianeta ed è destinata, secondo tutte le proiezioni, a diventarne la terza entro il 2030, dimostrando come crescita e sviluppo siano facilitati dal contemporaneo consolidamento di istituzioni democratiche e diritti.

Secondo. Conviene all’India. Per Nuova Delhi i paesi del G-7 sono il più importante partner economico e commerciale, la fonte principale di capitale e tecnologia, la prima destinazione della diaspora indiana. Un più stretto coordinamento strategico con Canada, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Giappone e Stati Uniti rappresenta per Nuova Delhi un’opportunità per affrontare al meglio le crescenti sfide poste da Pechino nell’Indo-Pacifico e le molte reti costruite in questi anni fra India e occidente vanno esattamente in questa direzione: il QUAD-Quadrilateral Security Dialogue fra India, Giappone, Australia e Stati Uniti, che sta assumendo sempre più il profilo di un’organizzazione regionale per la sicurezza dell’area dell’Indo-Pacifico; la Supply Chain Resilience Initiative fra India, Giappone e Australia, per costruire sicure catene di approvvigionamento sulle tecnologie più strategiche; l’Indo Pacific Ocean Initiative, promossa da Modi per contrastare la Via della Seta Marittima di Pechino; l’Asia-Africa Growth Corridor, il progetto di India e Giappone per costruire un’alternativa più sostenibile alla cooperazione allo sviluppo con il continente africano; l’India-Africa Defense Dialogue, promosso da Delhi con oltre 25 paesi africani in diretta competizione con la crescente penetrazione di Russia e Cina nel continente africano

Terzo. Conviene al Sud Globale. L’India ha connotato tutta la presidenza del G-20 sui temi della crescita e dello sviluppo candidandosi a leader del sud del mondo e proponendo una ricetta per i paesi in via di sviluppo diversa e distante dall’insostenibilità finanziaria e ambientale della Via della Seta Cinese. La partecipazione dell’India ad un nuovo G-8 potrà condizionare le politiche distratte e poco efficaci dell’occidente nei confronti del Sud Globale. E come sostiene Raja Mohan, uno dei più autorevoli analisti indiani di politica estera “l’India è la chiave per rompere le vecchie divisioni Est-Ovest e Nord-Sud che hanno plasmato il confronto geo-politico del XX secolo”.  Divisioni che Cina e Russia, peraltro, tentano in ogni modo di alimentare, come si è visto allo scorso vertice dei BRICS a Johannesburg, con Pechino che si candida a diventare leader di una coalizione eterogenea, unita quasi esclusivamente da un collante anti-occidentale. L’India non ha alcun interesse strategico di lungo periodo al consolidarsi di un’alleanza “Brics” ed ha già fatto sapere di non  ritenere credibile né la nascita di una valuta comune, né la trasformazione del summit in una vera e propria organizzazione intergovernativa. La Cina in deflazione e con una bolla immobiliare in via di esplosione e la Russia con un presidente che non esce dal bunker per paura di essere tradotto all’Aja, sono sempre meno attrattive.

Quarto. Conviene all’Italia. Lo aveva ben compreso Mario Draghi quando, in occasione del G-20 di Roma del 2021, inaugurò una nuova stagione di relazioni bilaterali fra Italia e India, dopo stallo della vicenda dei Marò, dando vita ad una serie di intese in particolare nel settore energetico, tessile e militare. L’invito poi nel 2023 della premier Giorgia Meloni come ospite d’onore al “Raisina Dialogue”, la Davos geo-politica indiana, ha rappresentato, poi, un’ulteriore e positiva evoluzione di questa nuova stagione. L’Italia positivamente  uscita dalla Via della Seta cinese, può trovare nella grande democrazia indiana non soltanto un importante interlocutore politico, ma una rilevante opportunità economica per il nostro sistema delle imprese, incrementando ulteriormente l’interscambio commerciale, che già oggi ha raggiunto i 14,3 miliardi di euro.

Ma c’è di più.

La crescente competizione fra Cina e India sta producendo ampi movimenti tellurici con un significativo riposizionamento geopolitico dell’India all’interno della vasta area dell’Indo-Pacifico.

L’India è sempre più un soggetto cruciale per la promozione della dottrina della Free and Open Indo-Pacific, quella libertà di navigazione che la Cina vorrebbe ridurre e limitare con una postura sempre più aggressiva nello Stretto di Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale dove occupa illegalmente un’ampia porzione di mare che la Corte arbitrale dell’Aja ha recentemente riconosciuto essere delle Filippine; nel Mar Cinese Orientale con un crescente tensione con il Giappone; nell’Oceano Indiano con una serie di azioni ibride nei confronti di Sri Lanka e delle Maldive nelle quali la “trappola del debito” sta portando alla cessione a Pechino di cruciali infrastrutture portuali.

La tensione fra i due giganti asiatici lungo i 3.000 chilometri di frontiera himalayana non accenna a diminuire dopo gli scontri a bassa intensità fra i rispettivi eserciti nella valle di Galwan in Ladakh.

Pechino rivendica come proprio l’intero stato indiano dell’Arunachal Pradesh e non riconosce ampie porzioni del confine indiano sull’Himalaya, ha recentemente cambiato il nome del Tibet in Xizang, ha intensificato il build-up militare su tutto l’altipiano occupato da oramai 65 anni e avviato una ulteriore stretta repressiva sul modello di quanto già accaduto nella regione uigura del Xinjiang.

L’India ospita da 65 anni il Dalai Lama e la diaspora tibetana sulle montagne dell’Himachal Pradesh, non ha mai riconosciuto l’occupazione militare da parte della Repubblica Popolare Cinese ed è uno dei pochi paesi che non ha mai accettato la dottrina della “One China Policy” (la politica dell’unica Cina).

L’accordo bilaterale dello scorso febbraio fra India e Taiwan sulla realizzazione di flussi migratori fra i due paesi per venire incontro alle crescenti carenze di manodopera a Taiwan nel settore manifatturiero, delle costruzioni e dell’agricoltura, rappresenta un ulteriore passo in questa direzione.

Ed è proprio la competizione strutturale con Pechino che ha portato l’India a disegnare percorsi alternativi alla cosiddetta Nuova Via della Seta.

Lo scorso summit del G-20 verrà soprattutto ricordato per il lancio di IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor) che rappresentala vera alternativa al progetto autoritario della Via della Seta di Pechino con la creazione di un’ampia rete infrastrutturale nave-treno-nave fra l’India, i paesi del Golfo, Israele, il Mediterraneo e l’Europa.

Nato in sordina un paio di anni fa come uno spin-off degli Accordi di Abramo con la nascita di un mini-QUAD fra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e USA, il progetto prevede la realizzazione di una ferrovia di alta velocità/alta capacità fra Haifa e Dubai  in grado di superare le tre strozzature geopolitiche che hanno storicamente condizionato i rapporti fra il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico: il canale di Suez e gli stretti di Hormuz e Bab el Mandab.

Il conflitto fra Israele e Hamas e la nuova assertività dell’Iran che non esita a usare i suoi proxies (Hamas, Houthi, Hezbollah) per destabilizzare l’intero Medio Oriente e soprattutto massimizzare la sua capacita di controllo dei due Stretti, rende tale progetto una priorità per l’intero occidente.

La nuova rete non sarà solo ferroviaria e sull’asse di IMEC verrà realizzata anche una connettività energetica (gasdotti, solare ed idrogeno) ed una connessione digitale in grado di rappresentare una importante opportunità di integrazione delle economie europee del Medio Oriente e dell’Indo-Pacifico, distante e libera dai condizionamenti geo-politici delle autocrazie di Cina, Pakistan e Iran. 

Il progetto di integrazione e nuova connessione fra India, Golfo, Israele ed Europa 

Permetterà dunque di bypassare i due “choke points” dello stretto di Hormuz e di Bab el Mandab, realizzando una rete infrastrutturale finalmente libera dal condizionamenti iraniani sugli Stretti. Attraverso lo stretto di Hormuz, sul quale Teheran esercita un pericolo potere di controllo, passa ancora oggi il 76% del greggio mondiale e l’accesso al Mar Rosso tramite lo stretto di Bab el Mandab è oggi minacciato dai costanti attacchi militari delle milizie sciite filo-iraniane degli Houthi.

L’occidente ha tutto l’interesse a rilanciare il progetto di IMEC anche per 

favorire la ripresa del dialogo fra Arabia Saudita e Israele, una delle chiavi per la costruzione di una pace duratura un tutto il Medio Oriente.

La partnership strategica siglata fra India e Israele con ampie relazioni politiche, economiche, commerciali e militari, rafforza poi l’intero progetto.

India ed Unione Europea sono chiamate al voto quasi negli stessi giorni e per entrambi i soggetti il prossimi anni saranno cruciali per consolidare l’intero sistema delle proprie relazioni. Il coinvolgimento dell’India nel progetto Global Gateway e la riapertura dei negoziati per un Accordo di Liberi Scambio fra UE e India saranno il test sul quale misurare la possibilità di costruzione di una partnership strategica.

Sono infine maturi i tempi per una scelta ancora più coraggiosa dell’Occidente: l’allargamento del G-7 all’India, facendo nascere un nuovo G-8 fra le grandi economie del pianeta che condividono i fondamentali valori di libertà e democrazia.

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