Navalny

18 febbraio 2024, La Repubblica,

L’omicidio di stato in due tempi del dissidente Alexey Navalny, prima con il Novichok da parte di un gruppo di agenti del FSB a Tomsk e infine con la tortura prolungata di una detenzione inumana, ci costringe a riflettere sulle caratteristiche delle moderne autocrazie e sul perché esse ritengano necessario e ineludibile eliminare fisicamente dissidenti, oppositori e voci libere.

Purtroppo, Alexey Navalny non è solo. Dieci anni fa sotto le mura del Cremlino venne trucidato il leder dell’opposizione Boris Nemtsov, poco prima la giornalista Anna Politovskaya e poi ancora Liu Xiaobo, dissidente cinese, docente universitario ai tempi di Tienanmen e redattore di quella famosa «Charta 08», fir­mata da 303 intellettuali e dissidenti in occasione del sessan­tesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, che indicava alla Cina una strada possibile per le ri­forme democratiche. Nel 2010 gli venne assegnato il premio Nobel per la pace, che naturalmente non poté ritirare, per poi morire di cancro in carcere il 13 luglio 2017. E ancora gli omicidi di stato in Iran delle ragazze che sfidano gli ayatollah levandosi il jihab obbligatorio, da Mahsa Amini ad Armita Geravand.

Ma c’è una costante che accomuna le dittature nella loro paura nei confronti della dissidenza: l’esigenza di riscrivere la storia e asservirla alle esigenze del satrapo del momento.

Vladimir Putin decise di dichiarare guerra all’Ucraina con una “lezione di storia”, rivolgendosi alla nazione per spiegare come l’Ucraina non fosse un paese con una propria storia, lingua, cultura e identità nazionale e che i quaranta milioni di ucraini non fossero altro che una “variante minore” della gloriosa tradizione russa. 

Come nella migliore tradizione sovietica, che per negare la storia non ha esitato a bruciare libri, deportare e sterminare interi popoli, radere al suolo paesi e culture, così Putin non ha esitato a mandare al massacro 400.000 giovani nelle pianure dell’Ucraina per far tornare almeno un simulacro di ciò che ritiene essere stata la più grande tragedia geopolitica della storia della Russia: il crollo dell’Unione Sovietica.

Il sorriso di Navalny dietro le sbarre, le mani a forma di cuore, la forza delle sue denunce, raccontavano una storia possibile di libertà e resistenza incompatibili con la missione di revisione storica del satrapo del Cremlino.

Il dissidente Garrry Kasparov ama ricordare un famoso proverbio in voga durante l’era sovietica: “noi russi viviamo in un paese con un passato imprevedibile”.

Questa è la cornice nella quale va anche collocata la messa al bando dell’organizzazione “Memorial” che ha svolto in questi trent’anni un lavoro unico e prezioso, ricostruendo e raccontando la storia dei gulag sovietici: una gigantesca memoria collettiva con la quale la Russia del ventennio autocratico di Vladimir Putin non solo non vuole fare i conti, ma che vorrebbe oggi cancellare insieme a una parte della storia del Paese… continua la lettura su La Repubblica

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