9 dicembre 2018, La Stampa,

La competizione fra i due giganti asiatici, Cina e India, ha un nuovo terreno di scontro a ridosso delle pendici dell’Himalaya: il Nepal.

Da sempre paese “cuscinetto” fra le due superpotenze, e storicamente nell’orbita geo-politica indiana, il Nepal sta progressivamente rivolgendo il proprio sguardo verso nord, verso la Cina.

Nel 1950 in seguito all’invasione del Tibet da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione di Mao Tse Tung, il Nepal si affrettò a siglare con l’India il “Trattato di Pace ed Amicizia”, con clausole di reciproca difesa e tutela della sicurezza nazionale.

La “special relationship” fra i due paesi ha prodotto frontiere aperte ed una forte integrazione economica. 

Ma come ricorda Premlal Kumar Khanal, del Comitato Centrale del Partito Comunista Nepalese: “tutto cambia nel 2008, quando Prachandra, (l’ex guerrigliero maoista diventato Primo Ministro dopo la caduta della monarchia), ruppe una tradizione storica per recarsi in visita appena eletto prima a Pechino anziché a Delhi”

Prachandra guidò l’insurrezione maoista fra il 1996 e i 2006 che portò alla caduta della monarchia ed alla nascita della repubblica.

Le ferite del conflitto non sono del tutto sopite: 18.000 morti, 1.500 dispersi, oltre 150.000 profughi e rifugiati ed una accresciuta immigrazione dei giovani nepalesi soprattuto verso i paesi del Golfo.

“Il Nepal è un paese uscito positivamente dal conflitto interno ed ha vissuto una transizione pacifica dalla monarchia alla repubblica” dice Kenza Aqertit, Direttore dell’ufficio di Katmandu del’NDI (National Democratic Institute for international Affairs ndr).

L’NDI, guidata dall’ex Segretario di Stato Madeleine Albright, è una ONG americana un po’ particolare: non si occupa di tradizionale cooperazione allo sviluppo, ma promuove progetti per sostenere la transizione democratica, in oltre 60 paesi del mondo.

“Nonostante i due partiti al governo siano di matrice maoista e marxista-leninista -prosegue Kenza Aqertit- la nuova costituzione è democratica e multipartitica”

L’apertura del Nepal verso la Cina compie un passo ulteriore nel 2017, quando il paese aderisce formalmente alla “Belt and Road Initiative”, il grande progetto infrastrutturale delle Nuova Via della Seta e la più significativa proiezione globale della Cina di Xi-Jinping.

La ferrovia dopo aver raggiunto Lhasa la capitale del Tibet, si è già spinta fino a Shigatse e il governo di Pechino vorrebbe spingersi oltre, attraversando l’Himalaya fino a Katmandu.

Naturalmente il progetto crea un notevole allarme a Delhi.

L’India non solo non ha aderito al progetto della Nuova Via della Seta, ma lo ritiene una pericolosa minaccia geo-politica e geo-economica.

Al “capitalismo senza democrazia” della Cina post-comunista, l’India contrappone un sistema di relazioni economiche fondato su trasparenza, rispetto dello stato di diritto e sostenibilità, ed è questo anche il motivo del recente rafforzamenti delle relazioni fra India e le altre democrazie asiatiche dal Giappone, all’Australia alla Corea del Sud.

Ma le possibili nuove infrastrutture rappresentano anche una sfida ambientale complessa per il fragilissimo ecosistema nepalese: ogni anno le alluvioni devastano la parte meridionale del paese e anche un minimo innalzamento ella temperatura globale rappresenta un rischio enorme per i Nepal distribuito a ridosso del cosiddetto “Terzo Polo”, la grande massa di ghiacci dell’Himalaya.

Recentemente a Katmandu è stato celebrato il 65mo anniversario della prima scalata dell’Everest di Edmund Hillary e Tenzing Norgay e si è riaffacciata la contesa linguistica aperta da molti anni: continuare a chiamarlo in onore di Sir George Everest, capo del servizio geografico britannico, o optare per il tibetano Chomolungma (madre dell’universo) o per il nepalese Sagaramatha (dio del cielo)?

In attesa di risolvere la contesa semantica, a 5.050mt nella Valle del Khumbu, ai piedi del versante nepalese della grande montagna, troviamo un eccellenza scientifica italiana: la Piramide di vetro del Cnr che da quasi trent’anni svolge un monitoraggio degli effetti dei cambiamenti climatici in alta quota.

Tornando a Katmandu, nella centrale piazza di Durbar, poco distante da “freak street” il punto di arrivo dell’Hippy Trail degli anni ’70, ecco ancora i segni di una forte competizione geo-politica a colpi di “soft power”: a poche decine di metri di distanza svettano la bandiera rossa della Repubblica Popolare Cinese e quella a stelle e strisce degli Usa, questa volta impegnate in una gara a colpi di scalpello per restaurare il tempio di Basantapur e l’antico palazzo reale di Gaddi Baithak quasi distrutti dall’ultimo terremoto.

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