8 ottobre 2024, Linkiesta,
La Repubblica Popolare Cinese dopo avere occupato militarmente il Tibet nel 1950 ha promosso un radicale processo di “sinizzazione” delle aree tibetane occupate per sradicare e cancellare storia, identità, cultura, lingua e religione della popolazione tibetana.
Nella “neo-lingua” di Pechino, il Tibet è letteralmente scomparso per essere sostituito dal termine “Xizang” con un’ampia campagna di ridisegno semantico che ha coinvolto testi scolastici, carte geografiche, indicazioni stradali.
So tratta di un radicale processo di riscrittura della storia per negare il fatto che il Tibet da molti secoli sia stato un paese con tutte le caratteristico di uno stato indipendente: un territorio definito; una forma di governo efficace in grado di gestire il proprio territorio; l’esistenza documentata di un’intensa attività di relazioni diplomatiche con i paesi confinanti, a cominciare da Cina e India; esercito, moneta, sistema postale. Ed è sufficiente sfogliare le carte geografiche degli ultimi cinque secoli per trovare costantemente il Tibet separato dalla Cina.
Con l’avvento al potere di Xi-Jinping nel 2014, tale processo ha assunto modalità e connotati sempre più aggressivi ed invasivi.
Si stima che oltre un milione di bambini tibetani siano stati sradicati dalle proprie famiglie per frequentare delle “boarding school” nelle quali è vietato parlare tibetano e le nuove generazioni tibetane subiscono un costante e prolungato indottrinamento per apprendere la neo-storia cinese.
Pechino ha poi negli anni alterato drasticamente la demografia della regione con un ampio programma di incentivi fiscali e salariali per favorire la colonizzazione cinese di ampie aree dell’altopiano tibetano che ha già alterato in modo significativo il mix etnico e culturale del paese delle nevi.
La Repubblica Popolare Cinese usa anche l’occupazione del Tibet come leva geopolitica nei confronti dei paesi confinanti a cominciare dall’India.
La competizione Cina-India si snoda lungo i 3.000 chilometri di confine dell’altopiano tibetano con un ampio processo di militarizzazione in corso: il build-up militare di Pechino non si è realizzato non soltanto con la creazione di decine di nuove basi militari in alta quota, ma con la costruzione di una rete di nuovi villaggi di frontiera gestiti dall’esercito: la cosiddetta Great Wall of Villages, una nuova grande muraglia fra i quattromila e cinquemila metri di altezza che incombe sulla grande democrazia indiana.
Infine, l’idro-geopolitica. Pechino sta promuovemmo una serie di grandi progetti infrastrutturali lungo il corso dei principali fiumi dell’altopiano tibetano con l’obiettivo di una massiccio sfruttamento energetico che sta già alterando il profilo idrografico di una regione molto più vista dello stesso Tibet: Indo, Gange, Bramhaputra, Mekong, Fiume Giallo nascono tutti in Tibet e il controllo di queste acque produce in impatto rilevante sulla vita e sull’economia di tutti i paesi del Sub-continente indiano e dell’Asia de Sud-Est.
Ma l’obiettivo principale è stato da sempre la guida spirituale del buddismo tibetano: Tenzyn Gyatso, il XIV Dalai Lama del Tibet.
Nel 1959 l’Esercito Popolare cercò di catturare il giovane Dalai Lama e solo la spontanea insurrezione della popolazione di Lhasa permise all’allora ventinovenne guida spirituale e politica del Tibet di fuggire a cavallo, accompagnato da un piccolo manipolo di soldati, verso l’India.
Arrivato al monastero di Tawang, nell’attuale stato indiano dell’Arunachal Pradesh che Pechino si ostina ancora oggi a rivendicare come proprio, trovò rifugio in India prima a Mussorie e poi a Dharamsala, dove si è insediato il Governo Tibetano in Esilio (la Central Tibetan Administration) e le molte organizzatone della diaspora tibetana, che hanno tenuto in vita una tradizione millenaria a rischio di scomparsa, sotto la scure della Repubblica Popolare Cinese.
L’allora primo ministro Jawaharlal Nehru garantì una casa sicura a Dalai Lama e ad oltre centomila tibetani che nei mesi successivi fuggirono dalle persecuzioni nel paese delle nevi.
L’India, paese libero e democratico, con una società multietnica e multiconfessionale, ha rappresentato un approdo sicuro per la comunità tibetana e Dharamshala, nello stato indiano dell’Himachal Pradesh, è diventata un centro globale per la salvaguardia della cultura, religione e istruzione tibetane, attirando studiosi, pellegrini e praticanti da tutto il mondo.
Ma dopo avere occupato il territorio del Tibet e soggiogato la sua popolazione, ora Pechino tenta la sfida più ambiziosa: quella di asservire l’anima stessa del Tibet, interferendo nel futuro processo di successione/reincarnazione di Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama del Tibet e premio Nobel per Pace.
Pechino dopo avere inutilmente cercato invano negli ultimi cinquant’anni di screditare la figura del Dalai Lama, rendendo persino un reato penale, punibile con il carcere, il semplice possesso in Tibet di una sua foto, ha messo in cantiere una chiara strategia per controllo il il processo della sua successine/reincarnazione con l’obiettivo di installare un Dalai Lama di “fiducia”, leale al Partito Comunista Cinese.
Il tentativo di Pechino di appropriarsi e controllare il sistema della reincarnazione colpisce il cuore dell’identità religiosa tibetana: la reincarnazione è centrale nella fede e nella pratica buddista tibetana, radicata nel concetto del ciclo di nascita, morte e rinascita.
Nel 2007 è stata approvata dal governo di Pechino una prima legge che ha previsto per tutti gli esponenti del clero buddista tibetano di alto rango (che la legge stessa definisce”Buddha viventi”), di ottenere l’approvazione e la validazione del governo cinese.
In pratica il governo di Pechino si arroga il diritto di interferire direttamente nel processo di reincarnazione, asservendo la tradizione buddista ed il suo complesso sistema di regole e procedure per individuare il successore del Dalai Lama, alle norme molto terrene imposte dal Partito Comunista.
Nel maggio del 1995 il governo di Pechino sequestrò Gedhun Choekyi Nyima, di soli 6 anni, dopo che era stato individuato come la reincarnazione del Panchen Lama, un’altra figura chiave del buddismo tibetano. Da allora non si hanno più notizie sulla sua sorte e il giovane Panchen Lama è considerato il più giovante prigioniero politico della recente storia dell’autocrazia cinese.
Contemporaneamente il governo cinese ha individuato un “suo” Panchen Lama in Gyaincain Norbu, che non gode di alcuna autorità spirituale fra la popolazione tibetana, ma che da allora viene esibito da Pechino in molti eventi pubblici del Partito Comunista, dal Congresso all’Assemblea del Popolo.
Il prossimo anno Tenzyn Gyatso compirà 90 anni e Pechino sta accelerando i tempi per avviare un processo parallelo di successione: nel 2022 è stata insediata a Lhasa (la capitale del Tibet occupato ndr) una commissione di 25 membri per preparare un percorso parallelo di selezione e di nomina del prossimo Dalai Lama e lo stesso anno si è tenuto anche un seminario fra i quadri del Partito Comunista del Tibet e un centinaio di “Buddha viventi”, con nove giorni di formazione sulle corrette pratiche buddiste di reincarnazione, autorizzate dal regime.
“È singolare che il Partito Comunista Cinese, dopo aver bandito per decenni la tradizionale pratica tibetana del riconoscimento dei grandi reincarnati (Tulku) come feudale e superstiziosa – dichiara Claudio Cardelli, presidente dell’Associazione Italia-Tibet- ci tenga tanto a riconoscere i suoi lama fedeli, redigendo addirittura una lista di circa 800 lama “patriottici” e ribadendo continuamente che il riconoscimento del prossimo Dalai Lama sarà compito del partito. Come disse lo stesso Dalai Lama: sarebbe come se si affidasse a Fidel Castro il riconoscimento del nuovo Papa…”
La prospettiva che in un prossimo futuro ci saranno due Dalai Lama è considerata sempre più credibile, tanto che il Congresso Usa ha approvato nel febbraio del 2022, con una larghissima maggioranza bi-partisan, il “Tibet Resolve Act”, con il quale si chiede a Pechino di non interferire nelle pratiche religiose buddiste della reincarnazione, affermando che la scelta sulla successione del Dalai Lama spetta soltanto al Dalai Lama stesso.
Uzra Zeya, Sottosegretario di Stato per la Democrazia e gli Affari Globali, nonché inviato Speciale per il Tibet dell’amministrazione Usa ha recentemente dichiarato che “l’interferenza del Partito Comunista Cinese nelle decisioni relative alla reincarnazione del Dalai Lama rappresenta una violazione delle libertà religiose del popolo tibetano e che saranno previste sanzioni contro qualsiasi funzionario del governo cinese che dovesse rendersi complice dell’individuazione e dell’insediamento di un XV Dalai Lama fasullo”.
In India e nel Governo Tibetano in Esilio c’è piena consapevolezza della nuova minaccia cinese e in molti credono che il prossimo Dalai Lama potrebbe essere individuato prima della sua morte, grazie ad un processo di “emanazione”, con la scelta del prossimo Dalai Lama realizzata con l’attuale ancora in vita.
Durante uno degli ultimi incontri che ho avuto con il Dalai Lama a Dharamsala, quando gli chiesi lumi sulle modalità del processo di reincarnazione, alla luce delle mire cinesi sul processo stesso, mi rispose ridendo: “credo che il prossimo Dalai Lama nascerà in un paese libero e democratico…”.
L’India è il paese candidato ideale per ospitare il successore del Dalai Lama, che dovrà continuerà ad esercitare in libertà e senza costrizioni la sua funzione di guida spirituale per centinaia di milioni di buddisti in tutto il mondo, rappresentando anche l’anima e lo spirito di un Tibet libero dal giogo dell’autocrazia cinese.