16 ottobre 2019, La Stampa,

A meno di una settimana dall’inizio delle operazioni militari nel Nord-Est della Siria, nel Rojava, la Turchia è totalmente isolata in medio oriente, nel mondo islamico, in occidente.

Questo il capolavoro realizzato da Recep Tayyip Erdogan con l’operazione “Fonte di Pace” e l’invasione militare del Kurdistan siriano.

Il presidente turco è sempre più debole in patria, dopo le due clamorose sconfitte elettorali a Istanbul, quando il candidato dell’opposizione laica e secolare, Ekrem Imamoglu, sconfisse, il partito di maggioranza governativa, nonostante l’annullamento del voto messo in atto da una  magistratura compiacente con il regime. E non sono bastati neanche due anni di purghe a più ondate nell’esercito, nelle scuole e nella magistratura, dopo il tentato golpe del 2016  per sottomettere completamente la Turchia al volere del partito di Verità e Giustizia al potere da 17 anni.

Indebolito in patria, Erdogan ha puntato tutte le sue carte su un’opzione ultra-nazionalista e neo-ottomana. Le prove generali le aveva fatte nel gennaio 2018, quando invase il Cantone di Afrin, l’enclave controllata dalla  Syrian Democratic Force, la coalizione fra i curdi di YPG e diverse milizie assire, cristiane e arabe, separata dal resto del Rojava e dunque difficilmente difendibile. Un “boccone facile”, che cadde in poche settimane. All’invasione fece seguito un’inaccettabile pulizia etnica messa in atto dall’esercito turco e dalle milizie jihadiste, formate da molti fuoriusciti di Al Qaeda….. continua a leggere su La Stampa

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