6 settembre 2022, La Repubblica,

Il rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nella regione cinese del Xinjiang è stato reso pubblico soltanto undici minuti prima della fine del mandato quadriennale di Michelle Bachelet da Alto Commissariato sui Diritti Umani dell’organizzazione onusiana. Il governo della Repubblica Popolare Cinese ha esercitato una fortissima pressione nei confronti dell’ex presidente del Cile per evitare in ogni modo la pubblicazione del rapporto: minacce di ritorsioni legali ed economiche contro le Nazioni Unite, mille espedienti legali per impedirne la pubblicazione e soprattutto una campagna di delegittimazione degli uffici di Ginevra dell’Alto Commissariato stesso.

Il rapporto conferma quanto già denunciato da anni dalle organizzazioni della diaspora uigura, dal Congresso Usa e dal Parlamento Europeo: “L’entità della detenzione arbitraria e discriminatoria di membri della comunità uigura, kazaka e kirgisa prefigura l’esistenza di crimini contro l’umanità”. Il rapporto raccoglie le testimonianze diretta di 40 detenuti, molte foto satellitari dei campi di concentramento e conferma “le pratiche ricorrenti di tortura, maltrattamenti, cure mediche forzate, pessime condizioni carcerarie, violenze sistematiche, incluse quelle sessuali”.

Ma non c’è soltanto la denuncia della grande rete di campi di concentramento nei quali sono stati internati fino a due milioni di cittadini uiguri da quando Xi-Jinping ha lanciato la campagna contro ”l’estremismo e il separatismo”. Il rapporto descrive come il Xinjiang sia diventato una vera e propria prigione a cielo aperto nella quale vengono sperimentate le tecnologie più avanzate dell’autoritarismo digitale di Pechino: decine di migliaia di telecamere e sensori con un tracking ossessivo della popolazione, riconoscimento facciale, limitazioni assolute delle libertà di movimento. A ciò si aggiunge il tentativo di sradicare ogni forma di identità culturale della minoranza uigura con la distruzione sistematica dei luoghi di culto (8.000 moschee distrutte solo fra il 2017 e oggi); la pratica diffusa del lavoro forzato con la costruzione di fabbriche accanto ai campi di concentramento; l’utilizzo di 580.000 detenuti uiguri nella raccolta del cotone (80% di tutta la produzione cinese)….. continua la lettura su La Repubblica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.