19 agosto 2021, La Repubblica,

Il primo ministro Mario Draghi nella sua intervista al Tg1, nel ricordare i 54 soldati italiani caduti in Afghanistan, ha ricordato i motivi fondamentali per i quali l’Italia, insieme agli alleati della Nato, si è impegnata in questi lunghi vent’anni nel paese: sconfiggere Al Qaeda e il terrorismo jihadista, sostenere lo sviluppo del paese, difendere i diritti e le libertà fondamentali.

Ed anche in un momento di oggettiva difficoltà per l’occidente, è giusto e doveroso ricordare l’impegno profuso dall’Italia in Afghanistan sul piano militare, diplomatico e civile. L’esperienza del “Provincial Reconstruction Team” di Herat, il sostegno alle istituzioni afghane a cominciare dalla riforma del sistema giudiziario, la ricostruzione materiale del paese, la costruzione di decine di strutture scolastiche e sanitarie, testimoniano un impegno di cooperazione che ha lasciato il segno.

E se oggi la priorità assoluta è la realizzazione di un corridoio umanitario per permettere a tutti coloro che hanno lavorato con l’Italia di essere tutelati dai rischi di vendetta dei talebani del neo-proclamato Emirato Islamico, a brevissimo sarà necessario indicare una prospettiva politica per evitare che l’Afghanistan torni ad essere un fattore di instabilità globale.

Per Draghi, tale opportunità è rappresentata dal G-20 a presidenza di turno italiana, nel quale sono inclusi, accanto a tutto l’occidente, alcuni dei nuovi protagonisti della crisi afghana: India, Cina e Russia in particolare.

Le sfide aperte sono molteplici: sicurezza, diffusione del jihadismo, tutela dei diritti, rischi di nuova esportazione di instabilità, narcotraffico.

L’Emirato islamico di Kabul rischia di tornare ad essere in breve tempo un fattore di instabilità regionale e globale, alimentando processi imitativi e galvanizzando l’insorgenza jihadista in Medio Oriente e in Africa. Le prime dichiarazioni dei talebani sul Kashmir non fanno certo dormire sonni tranquilli alla vicina India. 

C’è poi l’incognita della Cina. In queste ore Pechino si sta proponendo come il più solido interlocutore del regime talebano, pronta a riconoscere l’Emirato in cambio di un patto transazionale di reciproca “non ingerenza”: risorse per sviluppo e infrastrutture, ingresso dell’Afghanistan nella nuova Via della Seta, in cambio di un condiviso “silenzio” sui diritti umani. Gli uiguri in Cina e le donne a Kabul, più sole che mai…. continua la lettura su La Repubblica.

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