14 ottobre 2021, Formiche

Gli esiti della lunga missione Nato in Afghanistan con l’affrettato e scomposto ritiro occidentale, seguito dalla repentina presa del potere da parte dei Talebani, cambiano radicalmente gli equilibri geopolitici nel Grande Medio Oriente, con l’affermarsi di un inaspettato asse “sino-islamista”.

La Cina è pronta a riconoscere il regime talebano per includere l’Afghanistan nel Corridoio Economico Cina-Pakistan, rafforzare il progetto della nuova Via della Seta, creare un’area di influenza con connotati autoritari e islamisti senza soluzione di continuità fra Pechino e Istanbul. La transazione fra Cina e Kabul è chiara: investimenti infrastrutturali in cambio di sfruttamento del sottosuolo afghano e silenzio sulla repressione degli uiguri in Xinjiang. Ma per Pechino l’opportunità è più ampia: consolidare la propria influenza nella regione, rafforzando un’alleanza anti-occidentale fra l’Afghanistan, il Pakistan, vero padre politico della vittoria talebana, e l’Iran dell’ultraconservatore Raisi.

Se osserviamo poi quali siano i sei paesi invitati all’inaugurazione presidenziale (o come si chiamerà) del nuovo Emirato dell’Afghanistan: Pakistan, Qatar, Iran, Turchia, Russia e Cina, ciò possiamo render conto di quale saranno in nuovi assetti dall’Asia Centrale al Golfo.

Le nuove  “linee di faglia” che attraversano il  mondo islamico non si possono più interpretare con gli occhi del passato. Il confronto storico fra sciiti e sunniti non è più in grado di spiegare la nuova realtà in un mondo islamico sempre più diviso invece fra “innovatori” e “conservatori”, fra chi vuole riformare l’Islam e renderlo pienamente compatibile con stato di diritto e democrazia e fra sostenitori degli “Accordi di Abramo” e suoi nemici.

Non bisogna stupirsi dunque della convergenza strategica in corso fra l’asse della Fratellanza Musulmana, che include anche un paese membro della Nato, la Turchia, gli Ayatollah di Teheran, i Mullah di Kabul e i loro padroni a Islamabad, con il patrocinio del vero “competitor” strategico dell’Occidente: la Repubblica Popolare Cinese.

Per Stati Uniti, Europa e occidente la strada nel Golfo Persico è dunque chiara: sostenere, valorizzare e rafforzare quanti nel mondo islamico hanno scommesso sull’innovazione e sulla rottura dei dogmi del passato.

Quindi “Abramitici” v/s “Fratellanza Musulmana”.

Le scelte innovative di Emirati Arabi Uniti,  Bahrein, Marocco e Sudan che, siglando gli Accordi di Abramo, hanno avviato un processo di piena normalizzazione dei rapporti con Israele, saranno l’orizzonte di riferimento della politica di Usa e Occidente nel grande Medio Oriente e in particolare nel Golfo Persico

Nei prossimi mesi vi sarà una nuova offensiva diplomatica per allargare i firmatari dell’intesa nel Golfo (Oman), nel mondo arabo (Tunisia), in Africa (Ciad), con l’incognita Arabia Saudita, molto più lenta nell’incamminarsi in un percorso riformatore e con un accentuata competizione con Abu Dhabi.

La libertà di navigazione ed il controllo degli Stretti i Bab el Mandeb e di Hormuz continuerà ad essere una priorità strategica e le nuovi basi militari degli Emirati Arabi Uniti in Somaliland, Puntland, insieme al sostegno dei separatisti allo Yemen del Sud nell’isola di Socotra, ne sono la più chiara conferma.

Il nuovo Iran ultra-conservatore di Raisi accentuerà le proprie caratteristiche destabilizzanti  e proseguirà sulla strada di esportazione del “modello Hezbollah”, allontanando le possibilità di un nuovo “nuclear deal” con Washington.

Difficile un nuovo deal sul nucleare con un regime, come quello di Teheran, che continua ad esportare instabilità e terrorismo in tutto il grande Medio Oriente: dal sostegno all’insorgenza Houthi in Yemen, alle milizie di Hashd al -Shaabi in Iraq, ad Hezbollah in Libano e Hamas nella striscia di Gaza.

L’amministrazione Biden, infine, cercherà in ogni modo di includere negli Accordi di Abramo, l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah, per tentare l’avvio di un nuovo dialogo israelo-palestinese favorito dal governo di coalizione nazionale insediatosi a Tel Aviv e dalla definita e certificata rottura fra l’anima più moderata e quella jihadista del mondo palestinese.

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