Niamey

14 marzo 2024, La Repubblica,

Niamey (Niger). L’aria secca, il vento caldo, il deserto che avanza nei sobborghi della città accolgono chiunque visiti Niamey. La capitale del Niger è una città recente, nata come un avamposto militare francese per diventare nel 1905 il capoluogo del Territoire Militaire du Niger. La città è tagliata in due dal fiume Niger, che con i suoi 4.160km è da sempre la vera arteria commerciale dell’Africa occidentale unendo Guinea, Mali, Niger, Benin e Nigeria per poi sfociare con un grande delta nel Golfo di Guinea. Solo fino a pochi anni fa il Niger era attraversato da migliaia di Pinasse, grandi imbarcazioni di legno, che portavano merci e uomini incuranti dei confini post-coloniali. Il susseguirsi di colpi di stato, l’insorgenza jihadista, la tratta di esseri umani hanno trasformato il Niger, un tempo cuore pulsante dell’intera regione, in un fiume praticamente abbandonato.

Come in gran parte dell’Africa, la toponomastica può tradire e i cambiamenti sono repentini e funzionali agli umori del momento. La rive gauche della città dove si trovano l’aeroporto, gli edifici governativi, gli alberghi per la comunità internazionale, le ambasciate, le basi militari nigerine e internazionali ha recepito per prima i segni del cambiamento dopo la chiusura dell’ambasciata di Francia e la cacciata degli oltre duemila militari di Parigi ancora presenti nel paese fino al golpe del 26 luglio scorso. Il Boulevard Francois Mitterand non c’è più ed è sostituito dalla più autoctona Avenue de la Republique ed ovunque appaiono le gigantografie dei tre leader golpisti del momento: il colonnello e presidente Assimi Goïta del Mali, il capitato e presidente del Burkina Faso Ibrahin Traoré e il generale di brigata e capo di stato del Niger Abdourahamane Tchiani, che annunciano la nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) in rottura con la storica organizzazione regionale dell’Africa occidentale di ECOWAS. 

La nuova alleanza e la fine della missione militare francese ha decretato anche la morte della G-5 Sahel Joint Force, la forza multinazionale nata per contrastare il jihadismo nella regione. Intorno al Ponte Kennedy che unisce le due parti di città i nuovi player presenti nel paese fanno percepire fisicamente la loro presenza: l’India con il grande Centro Culturale Mahatma Gandhi da poco inaugurato e cuore della vita culturale cittadina, insieme alle grandi concessioni agricole che Delhi ha ottenuto al confine con il Ciad; la Cina con la compagnia di stato CNPC che sta costruendo a proprie spese l’oleodotto di 1.800km per portare il petrolio dai giacimenti di Agadem ai porti del golfo di Guinea, ottenendo in cambio il 75% di tutta la produzione del greggio; la Turchia primo costruttore del paese (il nuovo albergo Radisson, edifici governativi, ecc..), ma soprattutto molto attiva nelle forniture belliche a partire “da un lotto di 6 nuovi droni Baraktyar,” come mi conferma l’ambasciatore turco Ozgur Cinar.

Il generale Abdourahamane Tchiani, dopo il colpo di stato sostanzialmente incruento dello scorso 26 luglio con la cacciata del presidente Mohamed Bazoum, guida il CNSP (Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria) e dopo la doppia rottura con Francia ed ECOWAS, ha dato sei mesi di tempo per la conclusione della missione EUCAP-Sahel. “EUCAP ha svolto un ruolo importante nella formazione delle forze di sicurezza nigerine per il contrasto della tratta degli esseri umani e per controllo delle frontiere e il nostro lavoro non è certo concluso qui”, sottolinea con un certo disappunto Mads Beyer, capo delle operazioni della missione.

Il Niger con una superficie di 1.267.000kmq (4 volte l’Italia), 5.800km di frontiere, 7 paesi confinanti è a centro di tutte le minacce che investono il Sahel ed il Mediterraneo, dal jihadismo alla tratta degli esseri umani.

Sono tre le formazioni jihadiste che minacciano la sicurezza della regione: il JIMN (Jamat Islam), guidati dal leader touareg Yad Agh Ghali che è riuscito a riunire sotto la sua leaderhip i gruppi di Ansar al Sharja, Machina e Al Mourabitoum, mantiene stretti contatti con i salafiti in Algeria ed ha una forte commistione con il traffico degli esseri umani; l’EIES, (Etat Islamique du Grand Sahara), nati come la proiezione dell’ISIS in Libia, di etnia Peul, operano stabilmente in Niger e sono i responsabili dello sterminio dell’intera tribù dei Touareg “Dossakh”, con la strage di Tiliyah: 800 morti per il controllo dei pozzi fra Niger e Mali; infine il gruppo di Boko Haram, di etnia Hausa che dalla Nigeria fa sovente incursioni nel paese.

Il ritiro della Francia e della missione Europea non ha pero’ fatto venire meno l’impegno occidentale come ricorda l’Ambasciatrice USA Kathleen FitzGibbon, di origine italiana (la sua famiglia è emigrata da Asiago a New York dopo la Prima guerra mondiale): “gli Usa sono presenti in Niger con due basi militari a Niamey e ad Agadez. L’impegno americano per la stabilizzazione del paese è importante e proseguirà”. La base AirBase 201 di Agadez, con forze speciali ed una presenza massiccia di droni è il cuore di AFRICOM, il Comando Usa in Africa con capacità di monitoraggio della attività terroristiche praticamente in tutto il Sahel.

Accanto alle forze Usa, il secondo contingente militare impegnato in Niger è quello italiano, con la base accanto all’aeroporto civile di MISIN, la missione bilaterale di Sostegno alla Repubblica del Niger, avviata nel 2018 durante il governo Gentiloni ed oggi attiva con circa 200 unità. La Missione svolge funzioni di formazione e addestramento delle forze di sicurezza locali e unisce alle attività militari diverse iniziative di cooperazione civile nella campo della salute e nella cooperazione medica. Ma la presenza italiana nel Sahel non è soltanto militare: fra il 2017 ed oggi il nostro paese ha aperto quattro nuove ambasciate (Guinea, Mali, Niger, Burkina Faso) e si accinge ad inaugurare una quinta in Mauritania. L’Agenzia della Cooperazione allo Sviluppo ha inaugurato il suo ufficio a Niamey il 1^febbraio del 2023 e tutte le principali ONG sono presenti nel paese. “Il Niger è un paese con un Indice di Sviluppo Umano fra i più bassi al mondo -racconta Fabio Minniti, il capo del nostro ufficio di cooperazione-, 5 milioni di persone necessitano di assistenza alimentare, 10 milioni sono in condizioni di povertà assoluta e il tasso di alfabetizzazione non supera il 30% e a quanto contesto già estremamente difficile vanno aggiunti i fenomeni migratori e gli sfollati interni”.

Nelle piste fra il Niger e la Libia transitano una parte rilevante dei migranti che tentano di raggiungere il Mediterraneo per poi imbarcarsi verso le coste italiane. Fino al 2015 erano 2.100 a settimana, per poi crollare a 120 a settimana, grazie alla legge fortemente voluta dall’Europa per contrastare il traffico illecito dei migranti, e dal novembre del 2023 nuovamente 800 a settimana, dopo l’abrogazione della stessa legge per mano della nuova giunta al potere.

Questo è il contesto in cui operano le oltre 10 le ONG/OSC italiane in Niger: Medu, Nexus, COOPI, CISP, COSPE, Africa 70, Progetto Mondo, CISV, Fondazione ACRA, Intersos, Terre Solidali tutte presenti con personale nigerino ed italiano. “Lavoriamo sulla sicurezza alimentare e nutrizionale, sullo sviluppo agroalimentare, sull’assistenza a migranti e sfollati. Ma la chiave è la formazione professionale per permettere in futuro flussi di migrazione regolarizzata”, racconta Morena Zucchelli, capo missione COOPI.

Rimane l’enigma sulla presenza della Russia nel paese. Tutti gli interlocutori che ho incontrato convergono nel ritenere sovrastimato il ruolo della Russia nel golpe e nel paese: Mosca non ha un’ambasciata a Niamey, la Wagner qui non si è mai vista ed anche la visita a Mosca del primo ministro Ali Mahamane Lamine Zeine è stata di basso profilo con incontri soltanto a livello di viceministri esteri e difesa.

Ma in geo-politica gli spazi vuoti si possono riempire rapidamente, soprattutto dopo la repentina fine della presenza francese e della prossima chiusura della missione UE. Per questo motivo la presenza italiana e quella americana sono sempre più importanti.

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