Vilnius

5 giugno 2021, La Repubblica

Vilnius è oggi diventata la “capitale” della nuova dissidenza. Sono migliaia i giovani, gli intellettuali, i politici che qui hanno trovato un rifugio sicuro, in fuga dai regimi autoritari di Putin e Lukashenko. Ma non è un caso. Vilnius e la Lituania hanno conosciuto a fondo i regimi totalitari ed hanno sviluppato solidi anticorpi. 

Il Patto Molotov-Ribbentrop, l’occupazione nazista, e poi 40 anni di occupazione sovietica hanno lasciato segni profondi. Qui una volta c’era la “Gerusalemme del Nord” con una comunità ebraica che raggiungeva il 45% della popolazione, con 110 sinagoghe, scomparse per sempre durante il dominio nazista. Poi fu la volta delle deportazioni di Stalin, del divieto di parlare la lingua lituana con il rischio di un genocidio culturale. Ma fu proprio qui che la voglia di libertà e democrazia trovò un terreno fertile: nel mese di agosto del 1989 l’enorme di catena umana di due milioni di cittadini, la “Via Baltica” che unì Vilnius, Riga e Tallin, anticipò gli eventi che portarono poi al crollo dell’Unione Sovietica.

“Siamo liberi da soli 30 anni e la generazione che ha conosciuto il totalitarismo è ancora attiva e parte integrante della società”, racconta Gabrielius Landsbergis, Ministro degli Esteri della Lituania. “Fa parte del nostro Dna sostenere chi si batte per la libertà” e se le forze democratiche bielorusse unite insediassero un Governo in esilio, la Lituania sarà pronta a riconoscerlo”.

Di fronte all’ambasciata d’Italia ha sede la “Belarusian Human Rights House”. I 18 giovanissimi volontari che vi lavorano, ci chiedono di rimanere in incognito: hanno ancora tutti parenti e amici in Bielorussia che potrebbero subire ritorsioni. Si occupano di sostegno alla stampa indipendente, realizzando anche attività di training sulla sicurezza digitale e sulle tecniche di criptaggio….. continua la lettura su la Repubblica

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