8 luglio 2025, Linkiesta,
Dharamsala (India). Sono tornato in questi giorni a Dharamsala, nel nord dell’India per partecipare alle celebrazioni del 90mo compleanno del Dalai Lama.
Il Dalai Lama vive qui dal 1959 quando dovette fuggire a cavallo da Lhasa, occupata dall’esercito della Repubblica Popolare Cinese.
L’allora premier Jawaharlal Nehru diede una nuova casa al Dalai Lama ed agli oltre 150.000 tibetani che lo raggiunsero in India, permettendo così di tenere in vita una cultura, una religione ed una tradizione millenaria a rischio di totale scomparsa sotto la scure del regime di Pechino.
Ed è qui a McLeod Ganji, ad oltre 2.000 metri sul livelli del mare, raggiungibile con un treno notturno (il Dauladhar Express) fino a Patankot e poi con tre di ore di auto su stradine inerpicate che sfidano la gravità con tornanti impossibili, che il Dalai Lama è riuscito a compiere un vero miracolo: salvare una tradizione millenaria e al tempo stesso realizzare un unico esperimento di “democrazia in esilio”, che ha pochi eguali nel resto del mondo.
Nelle stradine di McLeod Ganji si trova la Central Tibetan Administration, con un Parlamento eletto dalla diaspora tibetana in India e nel mondo, un governo (Kashag) votato da una maggioranza parlamentare, un Primo Ministro (Sykyong) che deve ottenere la fiducia dallo stesso Parlamento.
Da anni il Dalai Lama ha devoluto ogni potere di rappresentanza politica alle istituzioni democratiche nate nell’esilio, conservando il ruolo di guida spirituale di oltre duecento milioni di buddisti nel mondo: dai tibetani in Tibet sotto il giogo brutale di Pechino, alla diaspora tibetana in India, ai milioni di praticanti buddisti in Asia, Europa e nel resto del mondo.
La festa della celebrazione per il suo 90mo compleanno è stata sobria, ma emozionante. Il Tsuglagkhang, il tempio del Dalai Lama, ha accolto fin dall’alba migliaia di fedeli sotto una battente pioggia monsonica, che come prima cosa hanno visto cinque grandi volti che sovrastano il palco delle cerimonie: accanto al Dalai Lama, le foto di Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela e il Mahatma Gandhi.
“Sono un semplice monaco buddista- ha iniziato così il suo breve intervento Tenzin Gyatso, il 14mo Dalai Lama del Tibet- e normalmente non prendo parte a celebrazioni per il compleanno. Tuttavia, poiché state organizzando diversi eventi incentrati sul mio compleanno, desidero condividere alcuni pensieri….continuerò a concentrarmi sui miei impegni: promuovere i valori umani fondamentali, l’armonia tra le religioni, dare risalto all’antica saggezza indiana che spiega il funzionamento della mente e delle emozioni, e alla cultura e al patrimonio tibetano, che hanno un enorme potenziale per contribuire al mondo grazie alla loro enfasi sulla pace e sulla compassione.”
Ha poi concluso, citando un insegnamento di Shantideva, filosofo indiano e monaco buddista dell’8°secolo dopo Cristo:
“Finché durerà lo spazio,
Finché resteranno esseri senzienti,
Fino ad allora possa anch’io restare
Per dissipare le sofferenze del mondo.”
In poche parole, tutta l’essenza della sua vita e del suo pensiero che ha ispirato milioni di essere umani in tutto il mondo: non violenza, compassione, difesa dei diritti umani ovunque siano minacciati, libertà e tolleranza.
Ma queste poche parole rappresentano una minaccia esistenziale per le autocrazie del pianeta, a cominciare naturalmente dalla Cina.
Il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ritiene di avere il diritto di decidere su chi sarà il 15mo Dalai Lama: per l’autocrazia di Pechino non è sufficiente avere occupato il Tibet, costringendo 6 milioni di tibetani a non parlare la propria lingua, a non poter godere dei dei diritti fondamentali, a vedere il proprio fragile ecosistema sistematicamente depredato, ora vuole impossessarsi anche dell’anima del Tibet.
Ma due giorni prima delle celebrazioni il Dalai Lama è stato chiaro: “la tradizione del Dalai Lama proseguirà e il processo di reincarnazione, dopo la mia morte, seguirà i dettami della tradizione buddista, senza alcuna interferenza esterne”.
Penpa Tsering, Primo Ministro del Governo Tibetano in Esilio, ha guidato la parte più politica delle celebrazioni introducendo le delegazioni straniere presenti.
I video messaggi di Bill Clinton, George W.Bush, Barack Obama, e del Presidente di Taiwan Lai Ching-Te, sono stati accolti da un’ovazione calorosa.
Il Primo Ministro dell’India Narendra Modi ha inviato qui due sui ministri: il potente Kiren Rijiju, Ministro per i Rapporti con il Parlamento e per le Minoranze e Rajiv Ranjan Singh, ministro dell’Agricoltura.
Ma uno degli speech più applauditi è quello di Pema Khandu, Chief Minister dell’Arunachal Pradesh, lo stato nel nord-est dell’India che Pechino rivendica come proprio, senza alcuna giustificazione giuridica e storica e che ha recentemente rinominato “Zangnam”, il Tibet del Sud. L’Arunachal Pradesh è uno stato chiave per la geopolitica dell’intera regione, condividendo 2.000km di frontiera con il Tibet occupato da Pechino e cn una crescente tensione nelle aree di frontiera.
Il suo intervento molto appassionato si è concluso con “Bod Gyalo”, “Tibet Libero” in tibetano, mandando un messaggio chiaro a Pechino: la democrazia indiana non abbandonerà il Dalai Lama e non rinuncerà ad occuparsi della libertà del Tibet occupato dalla Cina.
L’ampia delegazione USA è stata guidata dall’Assistant Secretary of State Bethany Poulos Morrison, che pochi giorni fa è corsa ai ripari riuscendo a ripristinare il budget del Dipartimento di Stato in sostegno alle istituzioni del Tibet in Esilio. Come in molti altri casi, i tagli sconsiderati avevano cancellato ogni forma di sostegno economico americano, che da anni rappresentava un budget importante per le istituzioni della diaspora tibetana in India.
Il mondo libero ha fatto sentire la sua voce a Dharamsala.