23 agosto 2021, La Repubblica,

Il dramma ancora in corso a Kabul racconta una storia che è tutt’altro che “finita”, ma che si è rimessa in moto lungo percorsi imprevedibili. 

In pochi giorni è rinato l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, rischiamo una catastrofe umanitaria all’aeroporto di Kabul e contemporaneamente osserviamo Russia e Cina posizionarsi come i principali interlocutori del nuovo regime talebano.

La Cina è pronta a riconoscere il regime talebano per includere l’Afghanistan nel Corridoio Economico Cina-Pakistan, rafforzare il progetto della nuova Via della Seta, creare un’area di influenza con connotati autoritari e islamisti senza soluzione di continuità fra Pechino e Istanbul. La transazione fra Cina e Kabul è chiara: investimenti infrastrutturali in cambio di sfruttamento del sottosuolo afghano e silenzio sulla repressione degli uiguri in Xinjiang. 

Ma per Pechino l’opportunità è più ampia: consolidare la propria influenza nella regione, rafforzando un’alleanza anti-occidentale fra l’Afghanistan, il Pakistan, vero padre politico della vittoria talebana, e l’Iran dell’ultraconservatore Raisi.

Anche la Russia di Putin cercherà di recuperare la propria influenza geo-politica  nell’area, senza avere però nè le leve, nè gli strumenti per promuovere un disegno ambizioso come quello cinese, con il rischio di ritagliarsi semplicemente un ruolo di “junior partner” di Pechino.

In questo nuovo scenario Usa, Europa e Nato saranno costrette in breve tempo a dover aggiornare complessivamente la propria prospettiva strategica a partire dalla consapevolezza che il pur sempre fondamentale asse euro-atlantico non è più sufficiente per affrontare le nuove sfide globali.

In una parola, Usa ed Europa, da soli, non bastano più. 

La Cina rappresenta una sfida sistemica nei confronti dell’occidente, proponendo un modello autoritario, competitivo ed antagonista alle democrazie liberali. 

Servono dunque nuove strategie e nuove alleanze strutturali e di lungo periodo per sostenere il crescente confronto fra “democrazie” e “autocrazie”,

Il primo passo da compiere sarà l’avvio di un rapido processo di rafforzamento delle relazioni e delle alleanze fra Europa, Usa e democrazie dell’Indo-Pacifico.

In questo quadro, non è più rinviabile innanzitutto un upgrade a tutto campo delle relazioni politiche, economiche e militari con l’India, che potrà in breve tempo diventare il nuovo “pilastro” sul quale l’occidente potrà poggiare con solidità e sicurezza le proprie strategie nel continente asiatico. 

L’India può rappresentare per l’occidente una sponda sicura per contenere contemporaneamente le nuove spinte jihadiste e la nuova assertività di Pechino nella regione. La grande democrazia indiana ha tutte le carte in regole per diventare un partner politico ed economico di primaria importanza per l’intero occidente in Asia e bene ha fatto l’Unione Europea, dopo il congelamento del “Trade Deal” con Pechino a riaprire il confronto con Nuova Delhi sull’accordo di libero scambio UE-India.

Il ”Quadrilateral Security Dialogue” fra Usa, India, Giappone e Australia (Quad) dovrà evolversi per diventare una vera e propria organizzazione politica e di sicurezza, in grado di contenere la Cina e contrapporre al modello autoritario della Via della Seta, un Indo-Pacifico libero, aperto, inclusivo e fondato su regole e rispetto dei diritti fondamentali. Il nuovo “Quad” andrà allargato alla Corea del Sud ed ai paesi del Sud-Est asiatico che hanno subito in questi anni l’occupazione illegale da parte della Cina del Mar Cinese Meridionale, a cominciare da Filippine e Vietnam. 

Un’ampia e consolidata alleanza politica fra Europa, Usa e democrazia dell’Indo-Pacifico sarà anche la miglior garanzie per evitare nuovi conflitti, a cominciare dalla  tutela dell’isola democratica di Taiwan.

Il Summit delle Democrazie del prossimo dicembre sarà l’occasione giusta per ampliare una riflessione che non può più essere rinchiusa esclusivamente all’interno dello spazio euro-atlantico.

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